sabato, 02 agosto 2008
Ammetto che quando ho accennato di voler scrivere quest’articolo a Sara, avevo le idee molto più chiare. Solo che poi, davanti ad un foglio bianco spesso è complicato mettere per iscritto tutti i pensieri che sfrecciano nella testa. Soprattutto se riguardano proprio il mettere per iscritto.
Ciò che vorrei riuscire a buttare giù è qualcosa di molto difficile e personale, perlomeno per la sottoscritta, che concepisce la scrittura come uno sfogo liberatorio difficilmente paragonabile con altro. Come dico spesso, cioè, per me scrivere è sostanzialmente liberare la testa. E lo faccio per il motivo pratico e molto semplice che, altrimenti, impazzirei, nel continuare a vedere e rivedere davanti ai miei occhi flash, storie, dialoghi, personaggi che si rincorrono.
Ho sempre pensato che scrivere non sia solo un narrare qualcosa. E leggere non è solo gustare una storia altrui. Perché chi scrive inevitabilmente inserisce parte di se stesso in ciò che narra, e chi legge raccoglie tutto questo, facendolo più o meno suo. Ancora di più questa visione viene fuori nella scrittura delle fanfiction, dove sia autore che lettore sono accomunati dall’essere fan dello stesso oggetto della narrazione. Se scrivo, quindi, è anche per comunicare uno di quei pensieri/dialoghi/personaggi che in un certo momento ha deciso di farmi visita con lo scopo preciso di farsi scrivere. E il momento, credo che sia quanto di più assurdo mi capiti nella vita di tutti i giorni. Perché io l’ho sempre detto, il modo in cui invento è assolutamente folle. Con me, una storia nasce sempre da un flash improvviso che mi attraversa la mente, solitamente di notte, quando sono sdraiata a letto. Può essere un dialogo, una sensazione, una frase ad effetto, di tutto. E può dipendere da qualsiasi cosa. Può nascere dal nulla, o venire fuori da una canzone, o da una pubblicità, o da una riflessione. Da lì in poi inizia il momento dei ‘Perché?’. Inizia., cioè, il momento in cui tento di tirar fuori una storia a partire da quel minuscolo frammento, andando a rispondere ad una serie di domande che mi auto-impongo. È un processo che può essere immediato, oppure durare tantissimo tempo, a seconda della complessità di una storia. Posso esaurire, cioè, la trama nel giro di una notte, o portarmela dietro per un mese intero, fino al momento in cui non arriva il suo momento per essere messa per iscritto. E quindi per essere piano piano cancellata dai file della mente per far spazio a nuove idee.
Quando arriva il momento di scrivere, in generale, ho sempre le idee piuttosto chiare di come voglio la storia e di dove devo andare a parare. Le prime due cose che ho in mente, cioè, della trama, sono proprio l’inizio e la fine. La parte centrale è costituita soprattutto da scene e momenti necessari per il raggiungimento di una determinata evoluzione dei personaggi e di una determinata conclusione.
Ciò che per me è imprescindibile dalla storia stessa e dalla sua stesura, è lo stile con cui viene scritta. Io credo di aver uno stile di base piuttosto definito e riconoscibile. Sono una fanatica delle frasi brevi, delle ripetizioni, delle virgole. Mai fatto mistero. Questo, però, viene sviluppato in una direzione o in un’altra a seconda di cosa richiede la storia. Io sono fermamente convinta che lo stile serva a creare un’atmosfera, a creare nel lettore una certa sensazione durante la lettura, a ricreare il mondo stesso della storia. Per questo mi è impossibile dividere le due cose. Una storia comica non potrà essere scritta come una storia drammatica. La prima persona non crea lo stesso effetto della terza, o della seconda, espediente narrativo di assoluta efficacia, solo se utilizzato con la consapevolezza di ciò che si sta effettivamente creando. Non è facile, ma leggere una storia, vuol dire anche capire perché l’autore ha optato per una tecnica narrativa piuttosto che un’altra. E questo non vuol dire mettersi ad analizzare lo stile dell’autore, ma provare a sentire la storia. Che poi ciò che il lettore percepisce possa essere differente da ciò che l’autore vi abbia messo dentro, beh, è il bello della scrittura e dello scambio.
Mettendo da parte lo stile, un altro elemento su cui solitamente cerco di puntare molto sono i personaggi e l’evoluzione di essi. Cerco di mettercela tutta, cioè, perché ho sempre un rapporto molto visivo, eppure molto intimo, dei personaggi che faccio parlare. E questo, temo, è l’aspetto più difficile da spiegare.
Quando mi ritrovo a dire come scrivo, spesso faccio l’esempio del cinema. Nel senso che davanti a me vedo esattamente la scena come dev’essere. Solo che è un cinema un po’ speciale. Non esiste la terza persona, non esiste il personaggio che è davanti ai miei occhi e che osservo da spettatore. No. Io sono il personaggio, io sento come il personaggio, io rido, piango, mi comporto come il personaggio. Io penso come il personaggio.
Per questo mi ritrovo a dover dire ‘ah, questa scena mi ha fatto ridere’, oppure ‘immaginare questo momento mi ha fatto piangere’, anche se è noto che io e il pianto siamo due cose opposte. Proprio perché in quel momento non sono più io. Non totalmente, cioè. Ci sono, perché il mio modo di vedere, la mia vita e il mio modo di pensare si riflettono ovviamente nelle storie, ma nel momento in cui scrivo di un personaggio, assumo in me tutto un altro mondo, che appartiene al personaggio in quanto tale.
Io ho delle voci in testa, che parlano. E no, non è una descrizione di una psicopatica, ma la realtà di chi, come me, ogni volta che pensa lo fa come se dovesse scrivere. Sempre.
Diventa quindi necessario, proprio per non far sopraffare le voci alla mia sanità mentale, che io metta tutto per iscritto.
È un rapporto molto stretto ciò che mi lega alla scrittura, e non intendo solo alle fanfiction, vista anche la quantità di storie originali – e lunghissime. Dei veri e propri romanzi – che ho in testa e che scriverò, prima o poi.
E proprio perché sono così legata a questa forma artistica, non ho idea se sono riuscita a esprimere la mia visione su di essa in modo esauriente. Non ne ho idea perché è sempre difficile vedere le cose in modo oggettivo quando uno vi è all’interno. Ma so di aver scritto questo articoletto soprattutto per avere altre impressioni, oltre alla mia.
E sì, anche per capire se ci sono altri con le voci in testa. E tranquillizzarmi o allarmarmi di conseguenza.
posted by Meggie87 alle 20:45 in 07 stylus narrandi
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mercoledì, 28 maggio 2008
Viaggio nell'universo: ovvero, quando AU (non) fa rima con OOC
Quello che mi appresto a scrivere è senz’altro un articolo abbastanza singolare, per il fatto che vuole sdoganare in modo abbastanza esaustivo il binomio AU/OOC e al contempo offrire la mia esperienza relativa al metodo di scrittura con il quale approcciarsi a questo genere.
La riflessione nasce da plurimi fattori, in primis dal mio desiderio di comprendere i meccanismi per la riuscita di un buon AU, seguito a ruota da quello di fare chiarezza all’interno di un genere che è diventato il lido ideale per la giustificazione di OOC e molteplici casi di snaturalizzazione di ogni riferimento all’opera originale da autori privi di quello che chiamerei buon senso.
Questo perché a mio avviso è un fenomeno che si estende non solo ad autori alle prime armi ma anche a quelli che già da tempo bazzicano nel mondo della scrittura amatoriale e pure, continuano a mandare a braccetto AU e OOC.
Tenterò di analizzare il genere partendo proprio dall’analisi del fenomeno, già trattato in parte in un vecchio articolo di Sara tra queste pagine.
AU è l’acronimo che identifica la dicitura “Alternative Universe” e si possono distinguere al suo interno due filoni narrativi differenti: le variazioni sul tema – generate dalle risposte scaturite dalla domanda What if…? – e la ambientazioni alternative.
Nel primo caso l’AU nasce dal desiderio di colmare vuoti di trama lasciati dall’autore dell’opera originale o, molto più spesso, il fanwriter si pone questa domanda che nasce spontanea al compimento di determinati sviluppi nella trama originale, offrendosi così un’alternativa alla scelta dell’autore.
E’ proprio il what if…? ad aver scatenato, a mio avviso, la naturale associazione AU/OOC facendo degenerare in modo del tutto gratuito un genere dalle potenzialità davvero notevoli.
Sono una strenue sostenitrice della sentenza secondo cui l’OOC non è giustificato in nessun caso, poiché lo trovo la mera giustificazione che autori incapaci utilizzano per poter sfruttare un determinato pairing o trame dalle lacune altrettanto profonde senza offrire una plausibile giustificazione in merito.
Un autore capace e con una buona capacità creativa non produce OOC ma costruisce una storia che nella sua evoluzione riesca a far maturare i personaggi rendendo credibili pairing anche improbabili. E’ la trama a supporto del pairing e non il contrario insomma.
Esempio che non mi stancherò mai di riportare è “Il dolore perfetto” di Sara, in cui attraverso un ipotetico 7° anno ad Hogwarts riesce a rendere del tutto credibile il fiorire dell’amore tra Draco ed Hermione con un lavoro di studio dei personaggi davvero notevole, supportato egregiamente da un intreccio altrettanto valido.
Un autore cosciente è colui che conosce abbastanza bene l’opera originale da potersi addentrare nelle sue pieghe più profonde senza cadere in brutture simili che dimostrano la totale incapacità del fanwriter di saper costruire una storia degna di questo nome.
Perché il fanwriter, di fatto, è prima di tutto un fan della serie originale e solo successivamente autore, e non il contrario.
Le ambientazioni alternative sono invece piuttosto rare nel fandom italiano, perché di certo più complesse nella loro realizzazione. Personalmente adoro questo genere di storie, sia come lettrice che come autrice.
E’ indubbio infatti che un AU con un’ambientazione alternativa, ovviamente se scritto con i crismi del caso, è quanto di più stimolante e accattivante possa esistere.
Perché?
Innanzi tutto per l’originalità dell’opera all’interno di un determinato fandom.
E’ innegabile infatti che nel medesimo fandom – e potrei tranquillamente aggiungere all’interno dell’intero universo della scrittura amatoriale - possano trovarsi più storie con la medesima ambientazione alternativa senza incappare in almeno il 90% dei casi in plagi.
Ci sono fandom, e cito quello delle RP sui My Chemical Romance, in cui alcune tematiche vengono ripetutamente riprese - ad esempio nel sopra citato fandom, è il caso delle commedie scolastiche e delle fanfiction sovrannaturali in cui il frontman Gerard Way veste i panni di un vampiro centenario - a causa della ricorrenza di questi temi nei testi delle loro canzoni e nella filosofia musicale del gruppo.
Questa credo sia comunque più un’eccezione che non la norma della realtà generale: difficilmente infatti, due autori possono avere la stessa idea relativamente la proprio fandom – e non solo – specie se si tiene a mente che un’ambientazione alternativa implica la creazione di un intero mondo o la totale trasposizione in contesti storici/letterari/geografici differenti dall’originale.
Il secondo motivo per cui ritengo l’AU un genere degno di nota è per le sfide che esso comporta: se da lettore è la ricerca delle citazioni e dei rimandi all’opera originale, da autore è proprio il saper giocare con essi a divenire parte della sfida.
Ma come si scrive un buon AU con un’ambientazione alternativa?
La domanda me la sono posta seriamente quando ho tentato di scrivere una fanfiction AU/Sci-fi sui Tokio Hotel.
Dopo aver fatto leggere i primi capitoli a Sara ho osservato attentamente le sue riflessioni a riguardo, giungendo alla conclusione che non sapevo abbastanza dei tedeschi in questione e ho accantonato l’idea.
Innanzi tutto, credo quindi che sia essenziale avere una conoscenza dell’opera originale pressoché totale.
Se per scrivere una fanfiction ordinaria – o una what if…? – ne basta una conoscenza approfondita, per l’AU ad ambientazione alternativa occorre davvero una conoscenza minuziosa dell’originale. Per trasporre personaggi in un contesto totalmente alieno a quello di partenza occorre conoscerli alla perfezione per non incappare nell’OOC, poiché è normale che l’autore debba porsi la domanda “Come si muoverebbe X in quest’azione?”. E’ evidente che se si ha solo un’infarinatura generale dell’opera e non una conoscenza assoluta si cade irrimediabilmente in errori colossali di caratterizzazione.
In secondo luogo, credo debbano esserci citazioni e rimandi all’opera originale.
Questo implica il saper giocare con i cliché, gli stereotipi e i punti cardine della storia “di partenza” per rendere comunque familiari al lettore vicende e personaggi nonostante la totale ignoranza sul mondo in cui essi si muovono.
La pratica dell’AU, nei fatti, è un gioco divertentissimo proprio per questo motivo.
Forse per scrivere un AU occorre essere fangirl, non solo fan.
In ogni caso, che l’AU risulti più o meno riuscito, credo sia quanto di più soddisfacente ci possa essere solo per il fatto di essere una grandissima sfida che come autrice mi piace affrontare.
Questo è quello che ho appreso dalla stesura – e lettura – di differenti AU con ambientazione alternativa, a fronte pure delle difficoltà che ho riscontrato come autrice durante i periodi di genesi delle storie.
Ho preferito non soffermarmi sui what if…? poiché ritengo che la difficoltà della loro riuscita sia di molto inferiore, per il solo fatto di muovere comunque i personaggi in un mondo già conosciuto dal lettore e quindi, di più facile accesso al pubblico.
Ciò che mi lascia perplessa è la totale incapacità nostrana di saper rendere merito dei grandi pregi di un genere – o fandom – per farne come sempre l’ennesimo demone contro cui accanirsi.
Riesco sempre a sorridere davanti alle lamentele di chi accusa un fandom di essere ripetitivo quando basterebbe davvero poco per fare di un cliché un’arma vincente che può persino risultare originale.
Solo, in Italia, ci sono autori troppo pigri – o incapaci di strutturare trame degne di questo nome? – per potersi cimentare in storie di simile portata.
Perché si sa, il trend nostrano – e non solo in ambito di scrittura amatoriale – è quello di lamentarsi sempre e comunque, lasciando ad altri la risoluzione dei problemi.
Indubbiamente ci sono generi più congeniali a un autore di altri, ma posso pure affermare che gli strumenti per risollevare le sorti di un fandom esistono.
Basta avere la voglia di utilizzarli.
posted by SapphireBlue alle 14:27 in 02 pillole di fandom, 07 stylus narrandi
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