mercoledì, 25 giugno 2008

Jigsaw Memory

Opera: Jigsaw Memory

Fandom: Tokio Hotel / Twincest

Rating: NC-17

Genere: Introspettivo, Drammatico

Nell’esaudire la richiesta che Sar@ mi fece qualche tempo fa – onere al quale proprio non potevo sottrarmi, fosse anche solo per il fatto che lei, le mie richieste, le soddisfa sempre tutte – mi ritrovo anche vagamente (quanto piacevolmente) stupita.

Non l’ho mai nascosto: non sono una persona da ispirazioni ponderate. In genere, le mie storie nascono da un’improvvisa associazione d’idee (è il caso, ad esempio, di Hotaru e, nel suo piccolo, anche di Your Pidgeon And The Damage Done), dalla suggestione di un’immagine o di una canzone (Alien-Shaped Cake nel primo caso, Forbidden Colours nel secondo), o ancora dal fiorire spontaneo di un dialogo o di una descrizione nella mia mente (My Unclean o Si Dice “Eroismo”, Idiota). Insomma: tutte cose per le quali non si ha mai poi molto da discutere.

Mi ha pertanto stupito moltissimo che Sar@ riuscisse a chiedere il making of proprio di una delle pochissime storie veramente ragionate della mia piuttosto ampia produzione: Jigsaw Memory.

Per la verità, anche in questo caso, la nascita del concept non è stata del tutto esente da suggestioni estemporanee: una delle primissime battute a fiorire nella mia mente è stata quel “Coraggio, dottore. Completiamo il lavoro.” che è un po’ il cavallo di battaglia di Bill durante tutto l’arco della storia.

Ma l’idea sulla quale si fonda l’intera storia non è quella battuta, bensì una domanda. Un semplice e classicissimo e se.

Bill è innamorato di Tom.

E se il problema più profondo, invece, fosse che Bill non è più in grado di amare nemmeno se stesso?

Questa domanda poneva le basi per una riflessione molto ampia e molto complessa. Una riflessione che mi spaventava ma, in qualche modo, volevo fermamente condurre fino in fondo. Perché ne sentivo il bisogno, diciamo.

Il tema dell’accettazione di se stessi è – posso dirlo con ragionevole certezza – il tema fondante di ogni romanzo di formazione che si rispetti. Nel suo piccolo, Jigsaw Memory fa esattamente la stessa cosa: racconta la storia di crescita di un ragazzino. Una storia di crescita che passa appunto per l’incapacità di accettare se stessi e gli altri per ciò che sono.

Jigsaw Memoryè una storia twincest, sì, perché il twincest è la causa scatenante di tutto. È la molla che, scattando, costringe Bill a decidere di operarsi. È la pulce nell’orecchio della psicologa e del chirurgo, ciò che spinge la prima ad essere fin da subito contraria alla scelta di Bill ed il secondo ad una brusca esitazione sul finale. È anche ciò che terrorizza Tom al punto da impedirgli di risolvere la situazione fino all’ultimo momento.

Il twincest è un problema di Bill.

Ci tengo a specificarlo perché questa non è una storia nata per la soddisfazione autocompiaciuta ed autocompiacente di scrivere proprio di quella coppia lì. È stata quella coppia lì ad imporsi come artificio narrativo più naturale per dare una credibilità non solo risicata agli eventi che volevo narrare. Perché è l’amore che prova per suo fratello, in fondo, ad esemplificare più chiaramente e sinteticamente il modo in cui Bill affronta se stesso ed i propri pensieri: “È giusto? È sbagliato? Non m’importa: io ho ragione, tutti gli altri torto”.

Definita così nettamente la figura di Bill, non mi restava che capire in che termini avrei potuto mettere la storia per non rischiare di cadere in una sorta di emodramma insopportabilmente pesante e pure poco interessante. La prima persona era già scartata fin dall’inizio – è sempre poco raccomandabile di fronte a storie simili. La terza persona filtrata attraverso il POV di Bill era una scelta plausibile, ma non sapevo quanto facilmente gestibile. La terza persona asettica avrebbe probabilmente ripulito fin troppo la storia dal sentimento che comunque volevo infonderle.

Ci sono arrivata non per genialità innata ma perché sono nati, da soli, due personaggi incredibilmente funzionali. Due ruoli originali – la psicologa ed il chirurgo, rimasti senza nome come a lungo la stessa storia aveva rischiato – che avrei comunque dovuto usare all’interno della narrazione, ma che non avevo preso come possibilità fino al momento in cui il chirurgo, da solo, ha deciso di parlare.

Ed ecco che, d’improvviso, la prima persona non sembrava più una possibilità da scartare per principio. Ed anzi, lungo il corso della stesura ho dovuto perfino ricredermi sulla prima persona di Bill: una volta superate le incertezze iniziali, una volta abituatami ad un ritmo narrativo un po’ diverso da quello che mi piace utilizzare, anche scrivere secondo il suo punto di vista s’è rivelato soddisfacente.

Alla fine, non saprei cosa dire di più. Jigsaw Memory rischia di essere una storia che lascia molto a chi legge, semplicemente perché chi l’ha scritta ci ha messo molto in prima persona. Bill, come personaggio, nel suo assoluto rifiuto di fronte alle critiche del mondo e nella sua disperata ricerca di accettazione incondizionata da parte degli altri (soprattutto di Tom) è stato un personaggio difficile da mandare giù, ma al quale mi sono affezionata in maniera impetuosa ed indimenticabile.

Spero solo che possa essere stato così anche per gli altri.


posted by lisachan alle 00:13 in 04 making of
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giovedì, 01 maggio 2008

Thanks for the memories

Opera: Thanks for the memories
Serie: Paramore/My Chemical Romance
Rating: R
Genere: Romantico, umoristico

La prima richiesta di making of che mi è pervenuta è - stranamente - legata a una storia dal taglio decisamente adolescenziale e appartenente a un fandom che in Italia, almeno a quel che mi risulta, ho trattato solo io.
"Thanks for the memories" è infatti la prima fanfiction che ho scritto per il fandom dei Paramore, gruppo musicale che ho scoperto grazie alla fanfiction di un'autrice americana: the glory days, che ha avuto direi un ruolo essenziale per la nascita della mia fanfiction.
Visto che quello che Sara definisce "fandom figo" (leggasi, quello dei My Chemical Romance) è in realtà permeato da storie di una bassezza qualitativa quasi imbarazzante, ho pensato fosse il caso di avvicinarmi al fandom estero cercando storie quanto meno etero (e non le solite slash su Gerard Way e Frank Iero) sui cinque di Newark ed è così che sono incappata in una community su Livejournal che aveva esattamente questa finalità.
Spulciando le storie dell'archivio alla ricerca di quelle aventi per protagonista Frank, ho avuto la malsana idea di digitare su Google il nome dell'altra parte del pairing: ed è così che sono incappata, tra decine di personaggi originali, in Hayley Williams e nella sua "Seven Digit".
"Seven digit" (una storia con un tasso erotico elevatissimo, diciamolo pure), è nata da un articolo apparso su Rock Sound in cui Hayley, dichiarava di avere nella rubrica del proprio cellulare il numero di Frank Iero, rubato a un tecnico del suono.
Da qui, è iniziata la caccia alla cantante e poi al gruppo e poi alla loro musica e alle interviste.
Poi, in secondo luogo, è nato il desiderio di scrivere qualcosa sul medesimo articolo.
Un qualcosa che però, era nei fatti totalmente differente da "Seven digit": perchè di erotico, in quello che desideravo raccontare io, non c'era nulla.
Hayley, per quanto possa apparire una "dura", è una diciottenne che ha iniziato a cantare a quattordici anni, una ragazzina che ama la propria cittadina e che sostiene di avere come unica amica la musica.
Un ragazzina come decine d'altre, con un sorriso sbarazzino e una simpatia travolgente: una sorellina minore attaccata morbosamente a ciò che considera la propria famiglia.
Una che difficilmente avrei visto nelle vesti in cui l'autrice americana ci ha proposto, per inciso.
Così si è fatta strada quella voglia assurda di lavorare su quelle due righe di intervista e, dopo aver conttato l'autrice in questione e avuto il benestare, sono partita alla volta dell'elaborazione definitiva di "Thanks for the memories".
Il primo scoglio da superare, per me, era indubbiamente quello del reperimento del numero telefonico: dove poteva accadere una cosa simile? Dopo aver vagliato un po' tutti i componenti del gruppo, la scelta è caduta sul più maturo dei quattro, Jeremy Davis.
Il secondo scoglio è stato poter interpretare ciò che Hayley provava per Frank: amore? Ammirazione? Rispetto? Semplice attrazione fisica?
Hayley è una diciottenne, una ragazzina: una fan perfetta: quella che fa sogni a occhi aperti sul proprio eroe - con una marcia in più, però: un numero di telefono e la propria celebrità che però, nel suo essere impacciata, non sfrutta a proprio vantaggio -, quella che decide di andare sola al suo concerto piangendo, empatizzando, emozionandosi.
E da questo punto si è snodata tutta la vicenda della storia.
E' la fan genuina, quella che stravede per il proprio eroe ma che nonostante tutto, cede all'evidenza di un sogno che - come ogni fiaba - è destinato a rimanere un miraggio da osservare da lontano, una bolla di sapone che potrebbe esploderti tra le mani.
Ne è la dimostrazione lampante l'amarezza con cui abbandona la calca di fan senza un autografo e con una scusa sincera da parte di Frank.
Hayley empatizza terribilmente il concerto, come se avesse dimenticato cosa voglia dire subirla la musica, anzichè farla.
Ho giocato con la mascherina della celebrità sfoggiando quella dell'essere umano che si cela dietro all'animale da palcoscenico, svestendo Hayley della grinta di cantante per darle le peculiarità che emergono da quel sorriso sincero e dalla dolcezza che trasmette nelle interviste più personali.
Hayley è l'amica del cuore, la sorellina minore, la compagna di mille avventure: è la ragazza della porta accanto.
L'ho filtrata in modo molto umano, notandone un'ingenuità caratteriale molto bambina che mi ha fatto propendere per la storia che narra di una passione normalissima e genuina.
Per la parte del concerto e delle emozioni di Hayley, mi sono invece ispirata al concerto dei My Chemical Romance a cui ho assistito lo scorso 3 novembre a Milano: indubbio che un concerto sia difficilissimo da narrare.
L'esperimento della cronaca milanese l'avevo provato con "Please stand up" attraverso la mia voce narrante del cuore, mentre qui, le emozioni di Hayley sono molto più ad ampio raggio: sono, di fatto, quelle di una qualsiasi fan al concerto dei propri idoli.
Nè più nè meno.
La chiusa - forse abbastanza tirata - era a mio avviso la nota conclusiva migliore da scegliere.
All'amarezza di un sogno sfumato, di un'emozione interiore fortissima, ho voluto contrapporre la realtà di un sentimento altrettanto dolce, di un'attrazione adolescenziale naturalissima eppure strana, se paragonata a un uragano emotivo dettato dal semplice suono di una chitarra e del suo possessore.
E' il parallelismo tra il sogno e la realtà, tra l'amore impossibile per la fotografia di un concerto e quello - più tangibile - di un essere umano in carne ed ossa che può essere toccato e che scalda il cuore, quando la realtà uccide un poco il sogno.
Nulla di eccezionale, dunque, per una storia senza troppe pretese: l'interiorizzare a dovere, forse, una diciottenne pressochè sconosciuta in Italia ma dolcissima nella spontaneità con cui si affaccia al mondo delle celebrità.


posted by SapphireBlue alle 23:51 in 04 making of
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