mercoledì, 28 maggio 2008

Viaggio nell'universo: ovvero, quando AU (non) fa rima con OOC

Quello che mi appresto a scrivere è senz’altro un articolo abbastanza singolare, per il fatto che vuole sdoganare in modo abbastanza esaustivo il binomio AU/OOC e al contempo offrire la mia esperienza relativa al metodo di scrittura con il quale approcciarsi a questo genere.
La riflessione nasce da plurimi fattori, in primis dal mio desiderio di comprendere i meccanismi per la riuscita di un buon AU, seguito a ruota da quello di fare chiarezza all’interno di un genere che è diventato il lido ideale per la giustificazione di OOC e molteplici casi di snaturalizzazione di ogni riferimento all’opera originale da autori privi di quello che chiamerei buon senso.
Questo perché a mio avviso è un fenomeno che si estende non solo ad autori alle prime armi ma anche a quelli che già da tempo bazzicano nel mondo della scrittura amatoriale e pure, continuano a mandare a braccetto AU e OOC.
Tenterò di analizzare il genere partendo proprio dall’analisi del fenomeno, già trattato in parte in un vecchio articolo di Sara tra queste pagine.

AU è l’acronimo che identifica la dicitura “Alternative Universe” e si possono distinguere al suo interno due filoni narrativi differenti: le variazioni sul tema – generate dalle risposte scaturite dalla domanda What if…? – e la ambientazioni alternative.
Nel primo caso l’AU nasce dal desiderio di colmare vuoti di trama lasciati dall’autore dell’opera originale o, molto più spesso, il fanwriter si pone questa domanda che nasce spontanea al compimento di determinati sviluppi nella trama originale, offrendosi così un’alternativa alla scelta dell’autore.
E’ proprio il what if…? ad aver scatenato, a mio avviso, la naturale associazione AU/OOC facendo degenerare in modo del tutto gratuito un genere dalle potenzialità davvero notevoli.
Sono una strenue sostenitrice della sentenza secondo cui l’OOC non è giustificato in nessun caso, poiché lo trovo la mera giustificazione che autori incapaci utilizzano per poter sfruttare un determinato pairing o trame dalle lacune altrettanto profonde senza offrire una plausibile giustificazione in merito.
Un autore capace e con una buona capacità creativa non produce OOC ma costruisce una storia che nella sua evoluzione riesca a far maturare i personaggi rendendo credibili pairing anche improbabili. E’ la trama a supporto del pairing e non il contrario insomma.
Esempio che non mi stancherò mai di riportare è “Il dolore perfetto” di Sara, in cui attraverso un ipotetico 7° anno ad Hogwarts riesce a rendere del tutto credibile il fiorire dell’amore tra Draco ed Hermione con un lavoro di studio dei personaggi davvero notevole, supportato egregiamente da un intreccio altrettanto valido.
Un autore cosciente è colui che conosce abbastanza bene l’opera originale da potersi addentrare nelle sue pieghe più profonde senza cadere in brutture simili che dimostrano la totale incapacità del fanwriter di saper costruire una storia degna di questo nome.
Perché il fanwriter, di fatto, è prima di tutto un fan della serie originale e solo successivamente autore, e non il contrario.

Le ambientazioni alternative sono invece piuttosto rare nel fandom italiano, perché di certo più complesse nella loro realizzazione. Personalmente adoro questo genere di storie, sia come lettrice che come autrice.
E’ indubbio infatti che un AU con un’ambientazione alternativa, ovviamente se scritto con i crismi del caso, è quanto di più stimolante e accattivante possa esistere.
Perché?
Innanzi tutto per l’originalità dell’opera all’interno di un determinato fandom.
E’ innegabile infatti che nel medesimo fandom – e potrei tranquillamente aggiungere all’interno dell’intero universo della scrittura amatoriale - possano trovarsi più storie con la medesima ambientazione alternativa senza incappare in almeno il 90% dei casi in plagi.
Ci sono fandom, e cito quello delle RP sui My Chemical Romance, in cui alcune tematiche vengono ripetutamente riprese - ad esempio nel sopra citato fandom, è il caso delle commedie scolastiche e delle fanfiction sovrannaturali in cui il frontman Gerard Way veste i panni di un vampiro centenario - a causa della ricorrenza di questi temi nei testi delle loro canzoni e nella filosofia musicale del gruppo.
Questa credo sia comunque più un’eccezione che non la norma della realtà generale: difficilmente infatti, due autori possono avere la stessa idea relativamente la proprio fandom – e non solo – specie se si tiene a mente che un’ambientazione alternativa implica la creazione di un intero mondo o la totale trasposizione in contesti storici/letterari/geografici differenti dall’originale.
Il secondo motivo per cui ritengo l’AU un genere degno di nota è per le sfide che esso comporta: se da lettore è la ricerca delle citazioni e dei rimandi all’opera originale, da autore è proprio il saper giocare con essi a divenire parte della sfida.

Ma come si scrive un buon AU con un’ambientazione alternativa?
La domanda me la sono posta seriamente quando ho tentato di scrivere una fanfiction AU/Sci-fi sui Tokio Hotel.
Dopo aver fatto leggere i primi capitoli a Sara ho osservato attentamente le sue riflessioni a riguardo, giungendo alla conclusione che non sapevo abbastanza dei tedeschi in questione e ho accantonato l’idea.
Innanzi tutto, credo quindi che sia essenziale avere una conoscenza dell’opera originale pressoché totale.
Se per scrivere una fanfiction ordinaria – o una what if…? – ne basta una conoscenza approfondita, per l’AU ad ambientazione alternativa occorre davvero una conoscenza minuziosa dell’originale. Per trasporre personaggi in un contesto totalmente alieno a quello di partenza occorre conoscerli alla perfezione per non incappare nell’OOC, poiché è normale che l’autore debba porsi la domanda “Come si muoverebbe X in quest’azione?”. E’ evidente che se si ha solo un’infarinatura generale dell’opera e non una conoscenza assoluta si cade irrimediabilmente in errori colossali di caratterizzazione.
In secondo luogo, credo debbano esserci citazioni e rimandi all’opera originale.
Questo implica il saper giocare con i cliché, gli stereotipi e i punti cardine della storia “di partenza” per rendere comunque familiari al lettore vicende e personaggi nonostante la totale ignoranza sul mondo in cui essi si muovono.
La pratica dell’AU, nei fatti, è un gioco divertentissimo proprio per questo motivo.
Forse per scrivere un AU occorre essere fangirl, non solo fan.
In ogni caso, che l’AU risulti più o meno riuscito, credo sia quanto di più soddisfacente ci possa essere solo per il fatto di essere una grandissima sfida che come autrice mi piace affrontare.

Questo è quello che ho appreso dalla stesura – e lettura – di differenti AU con ambientazione alternativa, a fronte pure delle difficoltà che ho riscontrato come autrice durante i periodi di genesi delle storie.
Ho preferito non soffermarmi sui what if…? poiché ritengo che la difficoltà della loro riuscita sia di molto inferiore, per il solo fatto di muovere comunque i personaggi in un mondo già conosciuto dal lettore e quindi, di più facile accesso al pubblico.
Ciò che mi lascia perplessa è la totale incapacità nostrana di saper rendere merito dei grandi pregi di un genere – o fandom – per farne come sempre l’ennesimo demone contro cui accanirsi.
Riesco sempre a sorridere davanti alle lamentele di chi accusa un fandom di essere ripetitivo quando basterebbe davvero poco per fare di un cliché un’arma vincente che può persino risultare originale.
Solo, in Italia, ci sono autori troppo pigri – o incapaci di strutturare trame degne di questo nome? – per potersi cimentare in storie di simile portata.
Perché si sa, il trend nostrano – e non solo in ambito di scrittura amatoriale – è quello di lamentarsi sempre e comunque, lasciando ad altri la risoluzione dei problemi.
Indubbiamente ci sono generi più congeniali a un autore di altri, ma posso pure affermare che gli strumenti per risollevare le sorti di un fandom esistono.
Basta avere la voglia di utilizzarli.


posted by SapphireBlue alle 14:27 in 02 pillole di fandom, 07 stylus narrandi
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giovedì, 01 maggio 2008

Thanks for the memories

Opera: Thanks for the memories
Serie: Paramore/My Chemical Romance
Rating: R
Genere: Romantico, umoristico

La prima richiesta di making of che mi è pervenuta è - stranamente - legata a una storia dal taglio decisamente adolescenziale e appartenente a un fandom che in Italia, almeno a quel che mi risulta, ho trattato solo io.
"Thanks for the memories" è infatti la prima fanfiction che ho scritto per il fandom dei Paramore, gruppo musicale che ho scoperto grazie alla fanfiction di un'autrice americana: the glory days, che ha avuto direi un ruolo essenziale per la nascita della mia fanfiction.
Visto che quello che Sara definisce "fandom figo" (leggasi, quello dei My Chemical Romance) è in realtà permeato da storie di una bassezza qualitativa quasi imbarazzante, ho pensato fosse il caso di avvicinarmi al fandom estero cercando storie quanto meno etero (e non le solite slash su Gerard Way e Frank Iero) sui cinque di Newark ed è così che sono incappata in una community su Livejournal che aveva esattamente questa finalità.
Spulciando le storie dell'archivio alla ricerca di quelle aventi per protagonista Frank, ho avuto la malsana idea di digitare su Google il nome dell'altra parte del pairing: ed è così che sono incappata, tra decine di personaggi originali, in Hayley Williams e nella sua "Seven Digit".
"Seven digit" (una storia con un tasso erotico elevatissimo, diciamolo pure), è nata da un articolo apparso su Rock Sound in cui Hayley, dichiarava di avere nella rubrica del proprio cellulare il numero di Frank Iero, rubato a un tecnico del suono.
Da qui, è iniziata la caccia alla cantante e poi al gruppo e poi alla loro musica e alle interviste.
Poi, in secondo luogo, è nato il desiderio di scrivere qualcosa sul medesimo articolo.
Un qualcosa che però, era nei fatti totalmente differente da "Seven digit": perchè di erotico, in quello che desideravo raccontare io, non c'era nulla.
Hayley, per quanto possa apparire una "dura", è una diciottenne che ha iniziato a cantare a quattordici anni, una ragazzina che ama la propria cittadina e che sostiene di avere come unica amica la musica.
Un ragazzina come decine d'altre, con un sorriso sbarazzino e una simpatia travolgente: una sorellina minore attaccata morbosamente a ciò che considera la propria famiglia.
Una che difficilmente avrei visto nelle vesti in cui l'autrice americana ci ha proposto, per inciso.
Così si è fatta strada quella voglia assurda di lavorare su quelle due righe di intervista e, dopo aver conttato l'autrice in questione e avuto il benestare, sono partita alla volta dell'elaborazione definitiva di "Thanks for the memories".
Il primo scoglio da superare, per me, era indubbiamente quello del reperimento del numero telefonico: dove poteva accadere una cosa simile? Dopo aver vagliato un po' tutti i componenti del gruppo, la scelta è caduta sul più maturo dei quattro, Jeremy Davis.
Il secondo scoglio è stato poter interpretare ciò che Hayley provava per Frank: amore? Ammirazione? Rispetto? Semplice attrazione fisica?
Hayley è una diciottenne, una ragazzina: una fan perfetta: quella che fa sogni a occhi aperti sul proprio eroe - con una marcia in più, però: un numero di telefono e la propria celebrità che però, nel suo essere impacciata, non sfrutta a proprio vantaggio -, quella che decide di andare sola al suo concerto piangendo, empatizzando, emozionandosi.
E da questo punto si è snodata tutta la vicenda della storia.
E' la fan genuina, quella che stravede per il proprio eroe ma che nonostante tutto, cede all'evidenza di un sogno che - come ogni fiaba - è destinato a rimanere un miraggio da osservare da lontano, una bolla di sapone che potrebbe esploderti tra le mani.
Ne è la dimostrazione lampante l'amarezza con cui abbandona la calca di fan senza un autografo e con una scusa sincera da parte di Frank.
Hayley empatizza terribilmente il concerto, come se avesse dimenticato cosa voglia dire subirla la musica, anzichè farla.
Ho giocato con la mascherina della celebrità sfoggiando quella dell'essere umano che si cela dietro all'animale da palcoscenico, svestendo Hayley della grinta di cantante per darle le peculiarità che emergono da quel sorriso sincero e dalla dolcezza che trasmette nelle interviste più personali.
Hayley è l'amica del cuore, la sorellina minore, la compagna di mille avventure: è la ragazza della porta accanto.
L'ho filtrata in modo molto umano, notandone un'ingenuità caratteriale molto bambina che mi ha fatto propendere per la storia che narra di una passione normalissima e genuina.
Per la parte del concerto e delle emozioni di Hayley, mi sono invece ispirata al concerto dei My Chemical Romance a cui ho assistito lo scorso 3 novembre a Milano: indubbio che un concerto sia difficilissimo da narrare.
L'esperimento della cronaca milanese l'avevo provato con "Please stand up" attraverso la mia voce narrante del cuore, mentre qui, le emozioni di Hayley sono molto più ad ampio raggio: sono, di fatto, quelle di una qualsiasi fan al concerto dei propri idoli.
Nè più nè meno.
La chiusa - forse abbastanza tirata - era a mio avviso la nota conclusiva migliore da scegliere.
All'amarezza di un sogno sfumato, di un'emozione interiore fortissima, ho voluto contrapporre la realtà di un sentimento altrettanto dolce, di un'attrazione adolescenziale naturalissima eppure strana, se paragonata a un uragano emotivo dettato dal semplice suono di una chitarra e del suo possessore.
E' il parallelismo tra il sogno e la realtà, tra l'amore impossibile per la fotografia di un concerto e quello - più tangibile - di un essere umano in carne ed ossa che può essere toccato e che scalda il cuore, quando la realtà uccide un poco il sogno.
Nulla di eccezionale, dunque, per una storia senza troppe pretese: l'interiorizzare a dovere, forse, una diciottenne pressochè sconosciuta in Italia ma dolcissima nella spontaneità con cui si affaccia al mondo delle celebrità.


posted by SapphireBlue alle 23:51 in 04 making of
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