mercoledì, 21 novembre 2007

Heilig

Opera: Heilig
Serie: Tokio Hotel
Rating: NC17
Genere: Angst - Introspective - A/U
Warning: Shounen-ai - Suicide - Death

Scrivere il making of di Heilig, a ben vedere, è quasi aggiungere ad una storia già abbastanza complessa da qualificare un capitolo extra: perché la sua genesi è stata senz’altro una strana avventura e perché sono entrati in conto fattori davvero singolari.

Heilig divide alcuni tratti con due delle mie opere più famose e cliccate di ogni tempo: sarebbe a dire Le nere ali dell’odio e Pieces, pur non potendo accostarsi né all’una, né all’altra. Come le pagine citate, nei fatti, la maggior parte del plot si è definito in un mio sogno. Esattamente: ho sognato la storia.

Se tuttavia negli altri due casi ad esser del tutto nitido era al più un episodio cardine, attorno al quale arricchire il contorno, Heilig si è definita come un vero e proprio film: tant’è che ho avuto problemi nella stessa suddivisione in capitoli, avendo chiaro in mente un quadro incredibilmente unitario.

A raccontare la verità per quella che è, avrei forse avuto bisogno di quarantotto ore di scrittura ininterrotta, per pubblicare le oltre cento pagine di quella che proprio non riesco a considerare una longfiction: perché Heilig, a mio avviso, dovrebbe essere letta senza soluzione di continuità. Solo così si penetra davvero lo spirito con cui l’ho stesa e concepita. Almeno spero.

La verità è che la prima bozza di Heilig è nata in chat, mentre mi divertivo come di consueto a tormentare Neve con plot improponibili. Ricordo infatti – nel pieno di una divagazione assolutamente goliardica – di aver minacciato qualcosa sul genere ‘Twincest non se ne parla, ma prima o poi una AndreasxBill la scrivo proprio!’. Stavo scherzando, ovviamente: però intanto mi ero messa una pulce da sola.

Una pulce che seguitava a lavorare nel mio inconscio mentre la sottoscritta leggeva, effettivamente, una AndreasxBill. In preda a un delirio de-compositivo, leggevo la storia e memorizzavo tutto quello che non avrei mai usato, perché altamente improbabile. Perché, soprattutto, la mia esperienza di autrice anche boy’s love (sinceramente non ho molta considerazione delle ‘solo boy’s-love’, fosse pure perché mi sento in diritto di dubitare sull’effettiva conoscenza di quel che maneggiano. Fangirlare sempre, insomma: ma l’univocità delle interpretazioni mi puzza) si è sempre concretizzata in scelte lontane anni luce dalle stereotipie di genere (basti pensare a Pieces!), con un rifiuto ragionato per la cristallizzazione di certi ruoli.

Insomma: non ci sarebbe mai stato un Bill-bambola. Mai. Chiunque fosse stato il partner. Forse, a ben vedere, neppure mi interessava ci fosse un partner.

La vera Heilig, insomma, comincia a prendere corpo come l’ultimo asserto diviene una certezza quasi assoluta. Mi intrigava sempre più, per intenderci, l’idea di giocare in modo un po’ sporco con la sessualità di Bill, ma non fino al punto di ipostatizzarla in una preferenza o in una relazione.

Al più quell’ambiguità poteva essere una chiave di volta, ma non il fine narrativo. Non volevo raccontare una storia di sesso. In origine non sapevo neppure che tipo di storia avrei raccontato.

Nel mentre – siamo ormai ai primi di novembre – arrivano gli EMA e, soprattutto, 1000 Meere. E quella canzone – la prima che traduco dal tedesco -, è anche quella che segna la svolta: perché diventa a tutti gli effetti la colonna sonora di un mio personalissimo film. Un movie talmente reale e talmente definito che mi preme proprio dentro.

Una pellicola, soprattutto, di cui conosco ogni dettaglio: soprattutto il lieto fine. Ed è effettivamente quest’ultimo che mi dà il coraggio di mettermi all’opera, perché mai avrei accettato di raccontare quella storia ad altre condizioni. 

Heilig mi perseguita: mi detto i capitoli mentre cammino per strada, la scrivo in pausa pranzo, a notte fonda, come ho cinque minuti. Scrivo e non devo neppure rileggere, perché il filo del racconto è definito in ogni dettaglio.

Più che di ispirazione, davvero, dovrei parlare di possessione: e anche di urgenza, perché il conoscere il racconto finito vuol dire che ogni capitolo mi lascia comunque insoddisfatta, in quanto vedo e creo in vista dell’intero.

Rispetto al mio solito, Heilig è una storia poco o nulla documentata, perché è prevalentemente una narrazione di interni. Come faccio deragliare la linea temporale ordinaria, in effetti, si naufraga nella mente di quello che credo sia il personaggio più tenero straziante e bello dell’intera opera: cioè Tom. Pur avendo una discreta dimestichezza con il gemello-cattivo, non l’avevo mai davvero usato in una storia che facesse risaltare fino in fondo la sua umanità autentica senza caricature di genere. Una storia, cioè, in cui l’essere Tom implicasse solo descrivere un ragazzo di diciotto anni: ottimista, volitivo, sicuro di se stesso, greve, sbracato, normale. Un ragazzo al quale, da un giorno all’altro, tocca convivere con un senso di colpa straziante e spaventoso, alimentato da un contesto che predica ragioni e principi apparentemente incomprensibili.

Neve, nel definire questa fanfiction, ha trovato a mio avviso l’espressione migliore. Quella icastica, almeno: e anche quella che rende la misura faccia bene ad usarla come cavia in ogni mio esperimento narrativo (persino in quelli che le tolgono il sonno). Ha detto ‘Heilig, in realtà, è una partita a tennis tra i gemelli’. E in effetti è proprio questo: un gioco continuo di scambi, spinte e controspinte verso la prevaricazione e l’annientamento, o verso l’aiuto, la comprensione, la salvezza. La stessa simbologia ricorrente, non a caso, sia verbale che gestuale, riposa su una strategia di incontro.

Ich bin da. O le mani strette.

Heilig è una storia che ha senz’altro due protagonisti indiscussi, ma che ha anche una sua complicata coralità. E’ una storia in cui anche i comprimari possono diventare essenziali e obbligare il lettore a memorizzare una storia. E’ il caso del piccolo, privatissimo dramma del dottor Köhler e di sua figlia Mylène, estranei malgrado un legame di sangue che non sembra valere abbastanza. Legati da un conflitto generazionale che sana il dramma di un altro ragazzo. Lo sana in modo inconsapevole, modificando le certezze presuntuose di uno scienziato dagli occhi artici. E’ la storia di un padre che si accorge di non aver fatto abbastanza quando è troppo tardi. Di un altro che non lo è davvero, ma si comporta come tale, obbedendo all’egoismo dell’istinto e del cuore. E’ la storia di un gruppo di amici che si vede cancellato da un istante di pura follia. E’ la storia di un manager che, malgrado tutto, non si arrende: e lo fa per calcolo, ma anche per qualcosa di molto simile all’affetto.

E’ la storia di due fratelli che sono nati insieme, ma che non sono poi così uguali: e devono crescere sino ad accettare quell’evidenza. Crescere anche nel dolore che importa quell’evidenza.

E poi ci sono due personaggi davvero singolari, con cui ho giocato moltissimo.

Uno, come già in Pieces, è il tempo. La vicenda si snoda in almeno tre intervalli temporali diversi. Il presente – che è in realtà un ipotetico futuro – dista tre anni dall’evento epocale. Il cuore della narrazione, però, copre undici mesi (va cioè dal gennaio al novembre duemilasette), concentrandosi in particolar modo sull’intervallo primo settembre-due novembre. Poi comincia la bolla dei mille anni: il tempo senza tempo di Tom. Il tempo che il gemello sopravvissuto vive per sé e per il fratello, annichilendosi per ritrovarlo, ed infine costringendolo a specchiarsi in un’identità che gli fa orrore. Sino a capire che non è quella che cerca.

L’altro, è la lingua. In Heilig sostituisco spesso e volentieri il tedesco all’italiano. Non lo faccio per vezzo e neppure per sboroneggiare. Lo faccio perché esistono alcuni termini che individuano un significato non traducibile. L’uso di Brüderlein, ad esempio, su cui si sovrappongono più livelli di senso. Se fratellino suona stucchevole, infatti, nonché poco o nulla usato in italiano, Brüderlein è anche l’espressione goliarda per indicare il compagno di bevute. E’ intimo e familiare, ma non necessariamente dolciastro. E Brüderlein, soprattutto, è neutro. E il tema della neutralità di Bill diventa centrale. Soprattutto nella sua definizione sessuale e seduttiva. L’uso di fertig, ad esempio. O l’impasto particolarissimo del dialogo tra il medico e la figlia. In quel caso, ad esempio, l’alternanza francese-tedesco serve a mostrare la totale incomunicabilità delle due sfere.  Mylène parla la lingua di suo padre, ma non vuole parlarla con suo padre. Tant’è che attinge e rimaneggia il tedesco solo per schernirlo. Né il medico, però, si piega ad usare il francese.

Il problema della sessualità di Bill – che è quanto procura un effetto domino, ma che è a sua volta il precipitato di ben altri nodi – rimane tendenzialmente sospeso.

Dopo la scena – appena accennata, per altro – di sesso clandestino e omosessuale, non vi sono altri rimandi. Non vi sono per molte ragioni, la prima delle quali era il mio interesse a non polarizzare l’attenzione su una falsa pista.

Bill non è spaventato dal desiderio in sé, quanto da quel che legge in quel desiderio: al contempo qualcosa che lo avvicina e lo allontana per sempre dal fratello. Qualcosa che non riesce ad accettare perché non ha la maturità effettiva per spezzare fattivamente quel legame. E la propria non accettazione si amplifica davanti alla reazione abnorme e plausibile di un Tom ch’è comunque suo coetaneo – e che, a propria volta, ha chiuso il fratello entro una cornice ideale -.

Tortuoso? Quel che mi premeva era soprattutto risultasse disperato e vero. Sacro nella sua indecifrabilità e anche nell’intangibilità di quel che sarebbe venuto in conto.

Ma questo, ovviamente, è quel che può decidere solo il lettore.


posted by satsuki alle 00:37 in 04 making of
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