martedì, 04 settembre 2007
Ciascuno sogni in casa propria
Il nucleo originale di questo articolo data esattamente due mesi fa. Sono infatti due mesi che mi ripropongo di scriverlo e sono pure due mesi che, a furia di procrastinare, non passo per questi lidi. Spero dunque scuserete la mia pigrizia e possiate trovare in quanto segue materiale di riflessione.
Uno dei miei ultimi interventi trattava in verità un tema affine a questo (e può anche darsi recuperi il contenuto di alcuni commenti come spunto di riflessione): si trattava infatti del mio personalissimo bilancio di privatista, nell'accezione di proprietaria di un archivio narrativo privato. Benché il cuore di quanto leggerete sia ancora quest'ultimo, nondimeno, il mio interesse è dato da una riflessione di carattere ben più generale. Non il mio archivio, dunque, ma il fenomeno dell'archivio personale.
Uno dei trend più diffusi di quest'ultimo anno, nei fatti, è stato proprio il proliferare di spazi personali, chiusi al pubblico o semplici raccoglitori monografici. In linea generale, devo dire che ne sono stata particolarmente felice: e perché sono un'assidua frequentatrice di almeno due di questi spazi (sarebbe a dire Behind the mirror di Keiko e PolyChrome di lisachan), e perché credo sia fisiologico, scoperto un autore che ci piace particolarmente, preferir godere ad libitum della sua creatività in uno spazio più piccolo e razionale di un sito-raccoglitore generico. Soprattutto, poi, se a interessarci è un'area di fandom ben individuata.
Una domanda che tuttavia mi sono posta spesso (io che un archivio ce l'ho dal duemiladue. Io, soprattutto, che in archivio ho più di duecento storie. Nessuna delle quali classificabile come drabble o flash-fic, per altro) - e con me l'ho vista serpeggiare in altre autrici di vecchio corso e penna prolifica - è la seguente: 'se in tutta la tua carriera hai prodotto due storie in croce, per quale ragione sentiresti il bisogno di fondare uno spazio monografico?'.
Questa domanda, cui credevo di poter dare una risposta oggettiva e univoca (è uno status symbol. E' un modo per millantare la statura dell'autore arrivato), era tuttavia viziata da due ombre non indifferenti: a- non teneva conto della diffusione di strumenti come il blog o il livejournal. b- non prendeva in considerazione l'incredibile avanzata degli onanisti della critica.
Nel momento stesso in cui, in effetti, chiunque può, gratuitamente e con un click, diventare editore di se stesso, è un po' pretestuoso (e pure presuntuoso) ergersi a giudice di un diritto. In fondo ogni essere vivente può tranquillamente scegliere di complicarsi la vita: e io, che di spazi web ne ho ben ventiquattro, sono senz'altro l'ultima che può parlare.
Il secondo spunto, però, a mio avviso è quello più importante, più grave e, soprattutto, sintomatico del livello bassissimo su cui si attesta il fandom (tutto il fandom) italiano. Credo siano davvero pochi coloro che, frequentando il mondo delle fanfictions, non si siano mai imbattuti in entusiasti paladini dell'eccellenza formale, convinti di dover operare un repulisti generale a colpi di sarcasmo. Paladini per i quali lo stile non è neppure espressione di sentimento e di gusto, ma di un insieme geometrico di regole (in virtù delle quali, tanto per dirne una, il temino di un bambino di terza elementare risulterebbe più letterario di Castelli di Rabbia di Baricco).
Se l'idea di fondo sostenuta dai più è non solo oggettivamente valida, ma sacrosanta - perché è oggettivo e sacrosanto schifarsi per storie scritte in linguaggio sms, nella cui presentazione ci sono più emoticon e orrori grammaticali che testo -, mi sento tuttavia di dire come una ficcyna non squalifichi la produzione amatoriale quanto il ridicolo che discende da certe crociate. Fosse pure perché - e lo ripeto -, là dove le fanfictions sono nate (e di schifezze se ne contano MILIARDI al secondo), nessuno ha mai creduto fosse utile perdere tempo a rimarcare e ricercare obbrobri. E non lo si fa per una semplice, lapalissiana ragione: le fanfictions sono un GIOCO. Come in qualsivoglia gioco, ovviamente, c'è chi è più abile e chi è un brocco. Il primo viene puntualmente scelto ogni volta (leggi: clickato e letto), l'altro scartato (leggi: ignorato). Fine.
Tutto ciò in Italia è stato reso impossibile da chi ha fatto de "La fattoria degli animali" di Orwell il proprio livre de chevet nell'accezione più deteriore, sposando appieno la formula: 'tutti gli animali sono uguali. Ma alcuni sono più uguali degli altri'. Nello specifico, ignorando l'esistenza di quella crocetta in alto a destra ch'è stata inserita proprio per salvaguardare tempo e fegato di qualsivoglia essere umano, un gruppo di volenterosi maestrini si è dato uno stylus judicandi implacabile e caratteristico per applicare il proprio ostracismo a chiunque non rispecchi certuni canoni espositivo-espressivi.
A essere interessante, però, è il fatto che tali canoni, da oggettivi che erano in partenza (segni di interpunzione, ortografia), sono divenuti con il tempo sempre più soggettivi, tant'è che mi è capitato di vedere frequentemente smantellate e derise storie decorosissime in termini strutturali. Semplicemente, fatalità, c'è chi ha ritenuto opportuno metterne alla gogna gli autori per contenuti ritenuti inadatti.
Ma inadatti (o puerili. O ingenui) rispetto a cosa?
Ora: un fandom in cui si sia perso il riferimento a quel fan che, se non legittima proprio tutto, almeno sdogana la libertà di sognare, è semplicemente un fandom di gente ridicola. Ergo brutto, pomposo, stolido e logorroico con riguardo alle inezie. Ficcyne o meno. Verissimo: io sono anni (e proprio anni!) che predico contro gli autori della domenica, contro il mordi e fuggi modaiolo non sorretto da alcuna passione, ma mai (e sottolineo MAI) mi sarei sognata di sindacare il diritto all'esistenza delle brutture. Al più, come lettrice, ho sempre usato la famosa croce. Come webmistress, posto un veto alla pubblicazione. Punto.
Passo ora a raccontarvi due episodi occorsimi di recente, con cui chiudo questa parentesi.
1- Da un anno a questa parte, sono letteralmente perseguitata via e-mail da una ragazza che esordì nel mondo delle fanfictions con una brutta saga plagiaria della mia. Ma plagiaria in modo clamoroso, sottolineo, al punto che persino il suo carattere originale era modellato su uno dei miei. Richiesta un miliardo di volte di un parere in merito, benché non provassi il minimo desiderio di dover essere spietata o severa, recensii infine quella pagina. Letta la mia recensione (in cui, molto garbatamente, mi limitavo a copiare-incollare situazioni e caratterizzazioni mutuate senza consenso dalle mie, e ad aggiungere considerazioni spassionate sulla poca originalità della confezione, ipotizzando il tutto nascesse - per altro - da ingenuità e inesperienza, più che da un intento fraudolento), la webmistress che l'aveva pubblicata decise di rimuovere la storia.
Evidentemente, però, questa ragazza (alla faccia della millantata maturità e spirito critico) se l'è, per così dire, legata al dito. Tant'è che, richiesto l'accesso al mio archivio personale, si diede a recensire unicamente le storie non riviste di cinque o sei anni fa, per sottolineare refusi e limiti. Refusi e limiti che, ovviamente, non avrebbe trovato nelle storie più recenti o, semplicemente, nelle versioni aggiornate delle stesse pagine (versioni, però, che non pareva interessata a sfogliare).
Cosa ancora più curiosa, è stata in grado di mandarmi dieci e-mail in cui ha recensito sempre le stesse storie, trovando ogni volta pretesti diversi per criticarle. Finché, stanca di lei, ho semplicemente inserito il suo indirizzo nella cartella dello spam.
2- E' abbastanza noto io non ami il twincest (fosse pure perché il mio bannerino ha avuto un discreto successo), cioè quella particolare branca del fandom sui Tokio Hotel che ipotizza un rapporto sentimental-amoroso/sessuale tra i gemelli Kaulitz. Malgrado ciò, proprio questa estate, mi sono immersa nel succitato fandom: e ho letto alcune opere meravigliose. Meravigliose perché scritte benissimo e meravigliose perché scritte da vere fan (della scrittura e dei soggetti) - mi sento anzi di dire come il twincest italiano sia forse uno dei migliori al mondo (perché ho letto quello francese e quello inglese sin quasi a diventarci calva) -. Perché l'ho fatto? Per curiosità pura e semplice. Se quel che mi fossi trovata davanti mi avesse disgustato, beninteso, mi sarei però ben guardata dal lamentarmene: io SO che il twincest non mi piace. Se lo leggo sono fatti miei. Poiché quel che ho sfogliato mi è piaciuto, nondimeno, ho recensito tutte le storie e mi sono curata di ringraziare le autrici per lo svago che mi avevano concesso. L'entusiasmo con cui hanno replicato ai miei spassionati complimenti mi ha lasciata tuttavia interdetta.
Da quando limitarsi a commentare la storia e non i segni di interpunzione sarebbe diventata una concessione speciale? Da quando è raro che un fan dica a un altro fan 'Opperò che bella idea, potrebbe essere andata proprio così'? Da quando è sostanzialmente impensabile che un fanwriter si ricordi anche di essere un fanreader e non un Manzoni avvelenato da troppa crusca?
Evidentemente da un bel po'.
Ora: nell'esempio uno vedete il commentatore bilioso-rosicone. Quello, per farla breve, che soffre se qualcuno riscuote con i propri modesti mezzi quel niente di popolarità che può dare il fandom, mentre per sé non vede arrivare altrettanto. Ergo deve screditare per forza. E' un'esigenza impellente come scrivere idiozie sul genere "Perché hai reso protagonista la coppia x+y? A me non piace" (ovviamente in un archivio dedicato a x+y). O sindacare le trame: perché, si sa, è sempre il lettore che dice all'autore quel che vuol leggere nel libro.
Nell'esempio due vedete la conseguenza del brulicare di simili soggetti. Tant'è che un gesto di urbana civiltà come può essere un commento misurato e corretto passa per un atto dalla generosità inaspettata (cosa che non è. Io sono e resto debitrice di coloro che ho letto).
Tornando al cuore del discorso, io temo che molti giovani autori si siano chiusi in spazi privati anche per il puro e semplice terrore d'incorrere in siffatti figuri. In un fandom in cui chiunque può sentirsi in diritto di dirti che i tuoi sogni fanno pena, restarsene nella propria cameretta è un modo come un altro per dire 'Allora evita di entrarmi nel letto!'.
E' vero che pubblicare importa sempre l'esposizione ad un giudizio, né nessuno sindaca sulle impressioni individuali. Gli assertori della libertà d'espressione, però, dovrebbero anche ricordare l'aureo principio per cui la libertà dell'uno finisce dove comincia quella dell'altro: e nel rispetto reciproco.
Finché i nostri arbitri non si accorgeranno di aver colmato la misura del ridicolo e, soprattutto, di non essere arbitri di nulla, fosse pure perché il principale limite della critica sta nella critica stessa (kantianamente intesa), temo purtroppo che questa chiusura progressiva delle fantasie individuali sia l'unico palliativo all'esaurimento del fandom stesso. E mai contraddizione fu, purtroppo, più ridicola.
posted by satsuki alle 22:43 in 02 pillole di fandom
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