lunedì, 12 febbraio 2007
Parlare per raccontare: l'arte del dialogo
Chiudo l'ideale trittico dedicato alla costruzione dell'impalcatura stilistica con una nuova richiesta di Keiko-chan, che saggiamente mi ricorda di concentrare la mia attenzione su di un punto che ho lasciato altrimenti defilato, ma che è strettamente connesso a quanto già detto in merito alla verosimiglianza narrativa: la resa dei dialoghi.
La domanda di Keiko è apparentemente semplice, ma tutt'altro che banale: "Come si costruisce un dialogo credibile?". Non è banale perché, come lettrice, ho spesso avvertito in modo estremamente respingente una certa affettazione nella resa del registro espressivo. Al problema della lingua ho del resto dedicato più interventi: sicché in questo caso ne opererò piuttosto una summa per non ripetermi sterilmente.
Prima di tutto bisogna intendersi sul ruolo del dialogo. Ho l'impressione, a dir la verità, che per molti autori esso rappresenti un quid inevitabile, un arredo narrativo consustanziale alla storia stessa. C'è perché deve. Punto. Invece io credo che il dialogo rappresenti una scelta a monte della storia stessa: un artificio di stile non diverso dal fuoco diretto o dal tu evocativo. Trovo anzi troppo spesso la sua esistenza sia sopravvalutata da una generazione sollecitata da prodotti audiovisivi e per questo digiuna del gusto puro del narrato.
Il dialogo è comunque un'espressione del personaggio. Se il protagonista dell'opera è descritto come un carattere poco loquace, sarebbe bene dare maggior spazio alla descrizione delle azioni con cui sostituisce l'atto verbale, anziché costruire molteplici interazioni parlate. E' capitato, in un mio recente racconto dedicato ad una razza sostanzialmente asociale, che i lettori si lamentassero della mancanza di dialogo, quando invece era una scelta mia dettata dalla mimesi: questo per rilevare come la poca sensibilità sia spesso non solo autoriale, ma anche caratteristica di certi lettori.
E se il personaggio parla? Il dialogo diventa l'elemento con cui è dato di raggiungere una caratterizzazione perfetta od un drammatico OOC. Un'interazione dei caratteri è infatti tanto più fedele allo spirito dell'opera quanto più l'autore è attento a tradurre il background del parlante nella sua lingua. Ho più volte proposto l'esempio delle dotte e poetiche citazioni del Draco latin-lover di Savannah come un superfluo da evitare, poiché ascritte ad un personaggio e ad un contesto tale da renderle grottesche ed estranee al quadro proposto. Ma esistono molte altre pagine in cui i dialoghi traducono ambizioni autoriali di gran lunga superiori alle concrete capacità di realizzazione degli scriventi: spesso proprio quelle esasperatamente levigate, sino a perdere immediatezza e plausibilità.
Come si scrive un buon dialogo? Partendo dalla conoscenza del personaggio che in esso si misura, dai suoi vezzi noti e da quelli plausibili, dalla sua provenienza geografica o sociale, dai suoi studi e dalla sua età.
Come ho già illustrato, dunque, da una percezione veritiera e non distorta della naturalità dell'interazione quotidiana, in una scelta mimetica che non è sciatteria compositiva, ma buonsenso d'osservatore.
posted by satsuki alle 20:05 in 07 stylus narrandi
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