martedì, 16 gennaio 2007

L'enigma del personaggio

L'articolo che vi propongo questa sera nasce ancora una volta da una richiesta: un suggerimento che mi riempie di orgoglio in quanto mi viene da una persona che non credo ne abbia bisogno. Poiché ha nondimeno l'indiscutibile merito d'essere una delle mie maggiori ispiratrici, è più che doveroso ne faccia qui il nome e le riconosca la maternità della genesi.

Keiko-chan mi chiede quello che potrei chiamare un ideale approfondimento dell'articolo in precedenza offerto, focalizzando la propria attenzione su di un profilo particolare: i personaggi della storia. Domanda infatti: come si costruisce un carattere credibile?

Ammetto senza falsa modestia che dei molti complimenti ricevuti nel corso della mia carriera di fanwriter, quello inerente lo spessore dei miei personaggi è sempre stato l'apprezzamento più gradito, nonché il più risalente. Persino con riguardo ad opere stilisticamente molto grezze, cioè, non è mai mancato chi abbia egualmente trovato nelle figure descritte una coerenza e veridicità di azione sufficientemente coinvolgenti.

Questo elemento credo debba essere posto in adeguato rilievo. Una straordinaria perfezione stilistica non si accompagna necessariamente ad una caratterizzazione adeguata: possono esistere cioè pagine levigate in termini di forma, ma vuote quanto a sostanza. Per converso possono esservi autori non pulitissimi in termini formali, ma perfettamente in grado di realizzare personaggi non solo credibili, ma tanto realistici nella loro definizione da catturare nell'immediato l'attenzione di chi legge.

Un esempio di autore forse non eccellente in termini di stile propriamente detto, ma a mio avviso molto valido nel tratteggiare i caratteri, è, all'interno del fandom di Dragon Ball, Aresian: autrice originale e dignitosissima, soprattutto per quel che riguarda la costruzione del personaggio.

Poste queste premesse, provo a rispondere alla richiesta di Keiko-chan: darò chiaramente indicazioni generalissime e solo in seconda istanza parlerò della mia personale esperienza, che, proprio perché personale, vale come semplice esemplificazione.

Quello della caratterizzazione è un problema che mi pare il fandom senta molto, benché sia poi stato banalizzato da una caccia alle Mary Sue che somiglia - e per le personalità che la conducono, e per le argomentazioni addotte - ad una caccia alle streghe alquanto involgarita ed altrettanto inutile. Francamente mi stupisce veder avanzare tanti dubbi da chi si suppone voglia solo raccontare: ho cioè la tendenza a considerare la trama un'unità inscindibile di fatti e personaggi, non un teorema scomponibile in molteplici asserti dogmatici. Mi verrebbe da liquidare la questione proprio così: pensate meno alle singole pagliuzze e guardate il covone nel suo insieme.

Poiché sarebbe però un escamotage ruffiano, buono a trarmi d'impiccio e nulla più, procederò più analiticamente nella descrizione - e, per quanto posso, risoluzione - del problema.

La questione del personaggio, a mio avviso, si pone differentemente a seconda che si tratti di una creazione originale o, in una fanfiction, di un tributo al parto di altro autore. Le modalità di definizione, nei fatti, non possono essere le stesse. Ciò, nondimeno, non deve indurre a ritenere non possano essere per questo contigue: il buonsenso, cioè, è una regola unica e come tale va applicata.

Per realizzare un buon personaggio originale - sia inserito in un racconto del tutto originale, ovvero in una fanfiction - si deve tener conto in primo luogo di un elemento imprescindibile: l'economia dell'opera. Un personaggio, cioè, funziona solo se la sua esistenza è giustificata dallo svolgersi degli eventi. Ciò non vuol dire necessariamente trasformarlo in un elemento risolutore, ma verificarne la funzionalità in rapporto al contesto. Provo a fare un esempio del tutto banale. Considerando l'affollamento anche solo nominale del cast di un'opera dai presupposti corali - disattesi, ma non è il punto essenziale - quale è Harry Potter, perché inserire per forza di cose frotte di nuovi adolescenti aderenti alle varie Case all'interno della propria opera? Magari per una comparsata di poche righe?

Egualmente, all'interno di un'opera originale, capita spesso di proporre cataloghi di nomi che si risolvono in un mero elenco, poiché l'azione coinvolge due o tre caratteri al massimo. Ora: se non si è proprio del mestiere - ed essere del mestiere vuol dire essere autori così scaltriti da riuscire in tre righe a dipingere una storia pure per la comparsa -, la prima regola è l'economia. Nel numero dei caratteri e nei termini d'impiego.

Il secondo elemento - secondo solo in termini di catalogo - è il background personale del personaggio. E' fuori dal mondo chi pensa come la storia del carattere sia la storia che si sta raccontando. Quella del carattere è invece una metastoria, che esiste come dimensione parallela a quella degli eventi descritti, e solo nel narrato è destinata ad intersecarsi alla trama definitiva. Più semplicemente, prima di stendere la propria pagina, l'autore deve custodire in sé spesso migliaia di storie diverse: un canovaccio generale su cui si incastonano le biografie dei singoli personaggi. Biografie che deve conoscere a menadito, per evitare incongruenze - o sviluppare al meglio il procedere degli eventi -.

Un terzo elemento è la descrizione del carattere. Ammetto che questa è una dolente nota, perché la resa di quanto indicherò prescinde dalla manualistica e si lega strettamente al livello culturale di chi scrive. E' un problema di sensibilità e buongusto, cioè. Descrivere un carattere vuol dire raccontarlo in modo che il lettore abbia l'impressione di vederlo: e questa impressione non nasce, ahimè, né dalla conta dei capelli, né dai lustrini del suo abito. Come ho detto in apertura, qui entra davvero in conto qualcosa di molto sfuggente, chiamato talento. Autori che potrebbero dirsi egualmente bravi affrontano di norma in modo diversissimo il profilo descrittivo: c'è chi ha una particolare abilità che potremmo chiamare pittorica - ed allora fornisce compiutamente una mappa dell'anatomia del soggetto in questione -, e c'è chi ha una sua attitudine psicologica - ed allora troveremo lo stesso personaggio, ma visto, per così dire, dall'interno -. La via migliore per raggiungere un livello soddisfacente di resa, a mio avviso, è evitare le scopiazzature pedisseque dell'arte altrui ed assecondare il proprio modo di guardare il prossimo nel quotidiano. Come mettiamo a fuoco comunemente persone in carne ed ossa, così sforziamoci di rifletterle su carta.

Ultimo elemento, in una sommaria indicazione di catalogo, è l'azione. Un personaggio è più o meno credibile a seconda che dia l'impressione di sapere quel che sta facendo. In poche parole? Evitate trame astruse od argomenti di cui non sapete nulla, per il gusto di creare storie o personaggi alternativi: ne uscirebbero figure piane inaccettabili anche per Flatlandia.

La situazione non muta in modo significativo quando si tratta di porre in scena un personaggio preso in prestito, se non che in quel caso un profilo caratteriale o una gamma di azioni più o meno definite sono già dati. Il problema che si pone è più quello di mantenere il cosiddetto IC - e non eccedere nell'interpretazione - che altro. Ma non eccedere nell'interpretazione implica ancora prima aver compreso davvero il personaggio. Fino a due, tre anni fa davo per scontato questo fosse il punto di partenza di ogni fanwriter decoroso. Più passa il tempo, più mi accorgo delle pretese manzoniane di chi non ha capito neppure Harry Potter - e dunque crede di poterne stravolgere i personaggi e la trama perché nessuno ha scritto il contrario -, il che azzera anche l'utilità di queste mie riflessioni. E' infatti ovvio che se si pretende di leggere nero dove è scritto bianco, non si porrà mai un problema di arricchimento della caratterizzazione, poiché quest'ultima sarà disattesa tout court.

Per quel che mi riguarda, mentirei se dicessi di aver puntualmente osservato quanto sopra riportato, o di aver mai posseduto una ricetta univoca per descrivere i caratteri usciti dalla mia penna. Fondamentalmente mi attengo ad un'unica regola, ch'è poi anche l'ultima da me indicata con riguardo ai personaggi principali: mi sforzo quanto più possibile di volerli attori di emozioni, contesti ed esperienze che per prima io abbia sperimentato. Solo così posso garantire ad azione e reazione quel margine di plausibilità che innesca l'empatia del lettore. Al tempo stesso non curo mai la resa dei caratteri separatamente dall'ambientazione: descrivere un paesaggio o chi lo abita per me non implica uno sforzo qualitativamente diverso. Al più faccio spesso raccontare quel paesaggio proprio dal carattere, definendo così al contempo due diverse - ma complementari - dimensioni.


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domenica, 07 gennaio 2007

Storie infinite

Dopo un'altra lunga assenza, torno in questo spazio con un nuovo articolo, richiestomi da Morpheus. Per la verità dovrei confessare sia stato particolarmente complesso deciderne la collocazione, come pure definire un taglio che assumesse contorni più generali rispetto dal desiderio originario.

Il mio affezionato lettore, nei fatti, chiede ragguagli in merito al metodo compositivo di una delle mie storie più celebri e, soprattutto, corpose. Esaetter, altrimenti nota come La Rabbia degli Angeli, caso mediatico degli anni 2001-2002, quando divenne una delle opere più celebri dell'allora fandom di Dragon Ball (le altre, ancora una volta mie, erano Love Heals e Prometheus, A/U che segnarono la nascita di un genere - e la morte di un intero universo amatoriale), poi riscritta e ripresa nel 2003, per chiudersi nel dicembre 2005, conta infatti 765 capitoli, per un totale di oltre duemila pagine.

Chiede dunque Morpheus: "Come hai fatto a progettare una storia così lunga, dalla prima all'ultima pagina, senza perdere frammenti di trama, anticipando piuttosto eventi che avrebbero trovato un compimento solo nell'ultima? Avevi già tutto in mente o hai deciso strada facendo?"

La domanda è senz'altro interessante, ma mi viene da dire che una risposta troppo mirata lo sarebbe assai meno per chi non ha letto tali pagine, né mai ragionevolmente lo farà: e perché è legittimo non provare interesse per tale fandom; e perché non si amano le opere troppo lunghe; e perché una storia di guerra può anche essere un genere buono a lasciare del tutto indifferenti.

Il mio intento, dunque, è piuttosto quello di ragionare non in termini di pagine o fandom, ma in termini di composizione. O stile, se preferite. Posto che Esaetter ha una storia particolarissima - che chiunque può tranquillamente leggere nella sua scheda di presentazione, dunque è del tutto irrilevante ne parli qui -, è doveroso sottolinei pure come nella sua composizione originaria mancasse di molte delle caratteristiche che ne hanno fatta poi una delle storie più longeve ed amate del web (longeve ed amate al punto che siamo già attorno al ventesimo capitolo del sequel).

Questo, però, per il fatto NON sia nata come saga.

Il primo punto che è bene mettere in evidenza, dunque, è la consapevolezza dell'autore. Nella prima stesura della macrostoria non sapevo che sarebbe diventata tale per volere dei lettori: dunque ero un'autrice disorganizzata, che si è poi trovata in difficoltà nell'assemblare successivamente le parti.

A partire dal 2003 (quando riscrissi le prime sei parti composte in origine), per contro, sapevo che avrei prodotto una storia lunghissima - perché già tale era e perché l'avrei proseguita -: dunque il mio atteggiamento compositivo e le mie scelte ne sono risultate largamente mutate.

Come si scrive dunque una storia infinita?

E' bene sfatare un mito: l'autore non sa sempre necessariamente tutto. Nel mio caso, per dire, l'epopea abbraccia tre generazioni: sarebbe presuntuoso ed inverosimile dire avessi una visione completa della saga.

Vero è, però, che chi scrive deve procedere per grossi blocchi compositivi, definendo per ciascuno alcuni elementi chiave: protagonisti, caratteri, luoghi. Prima di elaborare la narrazione vera e propria, nei fatti, è bene che l'autore individui un centro motore dell'azione: il che implica descriverne il background in ogni dettaglio, preparando il terreno per legami che devono abbracciare la sua intera parabola esistenziale. Sotto questo profilo, per dire, il passato del personaggio è molto più importante del futuro: non solo dà credibilità al muoversi sulla scena del soggetto, ma può essere un valido serbatoio cui attingere personaggi secondari che arricchiscano poi i capitoli futuri.

Ragionare per grandi blocchi compositivi vuol dire anche definire gli eventi nelle linee essenziali, riservandosi di cesellarli al momento della stesura finale. Può essere utile in tal senso lasciare più soluzioni di apertura a trame alternative, in modo da non trovarsi opposto il vicolo cieco delle scelte obbligate se il terreno che ha preparato un evento culminante suggerisce piuttosto una deviazione di trama (è il caso del personaggio di Nemesis, che ho fatto morire fisicamente cinque macroparti dopo l'originale mia previsione. O il caso di Leonar, primo nel gradimento dei lettori, al punto da importare una deviazione a 360° della narrazione per salvarne le sorti). Questo implica che chi scrive non è obbligato a decidere sul momento, ma può, per così dire, anche sterzare di volta in volta secondo un'illuminazione improvvisa.

Cosa è invece per contro incompatibile non solo con una storia così corposa, ma con qualunque long-fiction (e qui mi rivolgo a troppi autori malati d'incompiute)?

Senz'altro scrivere quando si è appena immaginato un inizio. Si finisce come un certo bracchetto ed il suo 'Era una notte lunga e tempestosa'. Una storia non è lunga o corta: una storia è un percorso che deve avere un inizio ed una fine. Se mancano i due estremi, non ci sono termini per chiamarla tale. Non può neppure essere una storia che merita (come ho sentito dire per salvare tante incompiute-porcheria): perché, molto semplicemente, non racconta che la vanità di qualche periodo ad effetto giustapposto ad una vana sequenza di altri simili per non approdare a nulla.

In chiusura: prima di scrivere, un autore deve saper raccontare a se stesso. Solo quando conoscerà il canovaccio dell'intera storia, sarà finalmente pronto per farne un'avventura da condividere.


posted by satsuki alle 21:15 in 07 stylus narrandi
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