domenica, 10 dicembre 2006

L'età non è un'opinione

Uno dei temi più recenti su cui mi è capitato di confrontarmi con Lener, in via quasi incidentale, per altro, quasi non valesse da solo lo spazio che ora gli offro, è senz'altro quello relativo all'età dei fanwriters. Mi verrebbe da dire ne sia pure corollario l'età dei fanreaders, ma preferirei evitare complicazioni concettuali quando già il tema si presta ad una lettura complessa e non del tutto lineare.

Come ho finito con l'interessarmi ad un simile profilo? In realtà, considerando riceva come webmistress poche submissions e per di più da persone mie coetanee o di poco più adulte, il problema dell'età degli scriventi non mi tocca ora più di tanto. Lo ha fatto in passato, però: e capita puntualmente ogniqualvolta entra in conto una storia di plagio (anche a prescindere da un caso clinico come la pluriconosciuta b-chan/Noesis2, intendo, per la quale sarebbe il caso di invocare un esorcismo o uno psichiatra). L'ispirazione per questo articolo mi è venuta però proprio dal mio essere anche una fanreader, sebbene di lingua diversa dalla mia (leggo molte più opere in lingua francese, inglese e spagnola di quante non ne conosca in lingua italiana, insomma) e dall'aver tradotto, dopo un interessante carteggio, una long-fiction di una giovane - se non giovanissima - autrice belga.

A sorprendermi, nei fatti, soddisfatta della lettura, è stata l'età della fanwriter, appena quindicenne. Perché un simile dettaglio mi ha colpita? Perché, al di là di quanto asseriscono i soliti buonisti, la norma italiana non vede mai - o davvero raramente - un utente gratificato da una storia scritta da un minorenne (spesso neppure da un maggiorenne, ma tra i tredici ed i diciotto anni c'è di che rabbrividire). All'estero è invece ancora possibile leggere adolescenti poco più che bambine comporre pagine fresche e gradevoli, nuove nel loro proporre plot e contesti dall'ingenuità non fastidiosa. Al di là di qualche piccolo neo compositivo, nei fatti, la fanfiction che ho tradotto (e l'ho tradotta proprio perché convinta del suo valore contenutistico) presentava una trama interessante, ben costruita, ottimamente articolata e priva dei soliti espedienti narrativi buoni solo ad alzare il rating. Un esempio su tutti? Anche se trattava di una complessa storia di amore omosessuale, non erano rappresentate scene di sesso. In tal modo l'autrice evitava il prevedibile grottesco che precipita su chiunque si provi con qualcosa che conosce al più per sentito dire, ma senz'altro non domina come appartenente al proprio background. Nel fandom estero (beninteso: ci sono le eccezioni. Ma tali restano) si scrive anche a dodici o tredici anni: ma si scrivono opere umoristiche, o commedie fisse al più su un rating PG. Si ripropongono dinamiche quotidiane, inserite in serie che hanno appunto tale vocazione: dunque amore, scuola, amici, la prima cotta. Ovviamente gli esiti sono variabili, ma c'è un trend che accomuna tutte queste opere: sono scritte bene. E per scritto bene, intendo fluidamente, senza storpiature grammaticali o sintattiche, con cura per la resa dei caratteri e per la coerenza dell'intreccio.

In Italia così non è. Mi spiace dirlo, ma mi permetto di generalizzare. In Italia, attualmente, chi scrive tra i tredici ed i diciotto anni (a volte persino oltre), salvo eccezioni talmente rare che - e mi spiace doppiamente - neppure fanno media, pare non abbia MAI frequentato una scuola in vita propria.

Quali sono le caratteristiche di tale fanwriter?

Perché però un simile utente prospera? La più parte di voi avrà letto rabbrividendo, scuotendo la testa e senz'altro negando che qualcosa del genere possa avere mercato. Invece ce l'ha eccome: ce l'ha al punto che con scadenze geometriche faccio le pulci alle aberrazioni più frequenti.

Il principale problema del fandom italiano è che è malato di pomposità. Lo è al punto che l'autore di tredici anni si sente autorizzato a scopiazzare libri o altri autori (e io ne so qualcosa), perché pretende di comporre periodi ipotetici con apodosi subordinata quando probabilmente non sa neppure di cosa stia parlando ora la sottoscritta. E' un fandom pomposo e, soprattutto, un fandom presuntuoso: perché vuol fare della sociologia, della psicologia o della morale dove ci sarebbe sempre e solo da divertirsi.

Non è assurdo, dunque, i giovani siano quelli a maggior rischio, perché muovono da una cultura di un livello talmente infimo da non comprendere neppure come la scrittura sia un hobby leggermente più impegnativo di un sms con cui riempire il tempo. E debba essere un hobby onesto, perché quando si bara, i risultati sono tutt'altro che clamorosi.

Questa manfrina che vuol dire? Che voglio riempire le fila delle maestrine con la matita rosso-blue per fare le pulci agli analfabeti? Neppure per sogno! Io uso la crocetta in altro a destra e tanti saluti! Questo articolo è al contempo una presa di posizione in merito ad un certo buonismo ipocrita (e che cioè l'età non conti quando entra in conto il talento. Ma quale talento? Quello di chi non sa distinguere una citazione di Asimov dal manuale di un RPG?) che infesta la rete, ed un consiglio ai giovani autori: trovatevi BUONI lettori.

I buoni lettori non sono quelli che scappano davanti alla G, ma davanti ad un NC17 pieno di nulla, se non di drammaticità gonfiata e grottesca da fiction per famiglie.

I buoni lettori non vi contano le virgole, ma conoscono storia e caratteri.

I buoni lettori, ancora una volta, sono l'unica ancora di salvezza del fandom. Purtroppo il Ministero della Pubblica Istruzione non si è ancora attivato in proposito: deve incrementare i corsi di computer per permettere alle ficcyne di prosperare.

Sarà contento Orwell: neolingua per tutti (e questa è una citazione).


posted by satsuki alle 19:00 in 02 pillole di fandom
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sabato, 09 dicembre 2006

Penna o vanga? [bashing e dintorni]

Come sovente è capitato in queste pagine, per l'ennesima volta mi trovo a compilare un articolo che non tanto - o non solo - nasce come spunto di una mia privatissima - e per questo può darsi anche poco interessante - riflessione, quanto da una richiesta avanzata in sede di commento di una mia opera da un'attenta lettrice (lettrice che ha saputo spesso offrire non solo un degno contributo alle mie pagine, ma ha sempre mostrato un profondo spirito critico). Nel valutare la mia resa chirurgica, cinica, forse persino eccessivamente disincantata di una famosa storia d'amore dello star system giapponese, Nepentes ha mostrato di apprezzare particolarmente la resa del personaggio femminile, Megumi Oishi, per - a suo dire - il realismo con cui si rapporta a se stessa, ai propri sentimenti e persino all'uomo che ama. Una scelta, questa, che ben pochi autori fanno e mai quando entra in conto la compagna del fin troppo celebre haido. Anche a lasciare da parte il fatto abbia invece molto scritto su questa coppia, per ragioni che somigliano persino ai presupposti di questo articolo, mi trovo dunque qui, come Nepentes ha richiesto, a parlare di bashing.

In verità ho accennato a tale fenomeno in un pregresso articolo, riportando in modo sostanzialmente fedele quanto scritto a suo tempo da Lener, che aveva saputo molto lucidamente tradurre in un denso intervento la propria posizione in materia: posizione che non solo condivido in termini assoluti, ma ritengo sia pure la sola con cui sia possibile guardare al fenomeno da lettori ed autori adulti. Eppure, se di bashing si continua ancora a parlare, vuol dire che c'è ancora qualcosa da dire, che non tutto è stato esaurito e che anzi c'è un vivo interesse da parte di chi legge per le dinamiche della narrazione: dinamiche di cui non si vuole restare spettatori inconsapevoli, ma su cui si domanda e ci si informa.

Il bashing, come già a suo tempo disse Lener, non è che la denigrazione gratuita, finanche caricaturale, di un carattere al fine di esaltarne il naturale contraltare narrativo, ovvero un espediente che introduce circostanze ostative alla realizzazione del protagonista attraverso l'inasprimento della contrapposizione resa da un altro personaggio.

E', almeno in questa sua espressione, una di quelle ingenuità narrative che dovrebbero perdonarsi agli autori più giovani: ammesso e non concesso siano poi i soli a farne.

Perché, in una certa misura, il bashing deve considerarsi presenza ineliminabile, finanche obbligata di un contesto dato dalla presenza di narratori amatoriali?

Esattamente per tale ragione, credo: poiché nessuno è un autore di professione (inviterei per altro molti ad evitare di sbandierare simile vocazione senza averne né i mezzi né gli argomenti), e molti scrivono per diletto ed in un'età molto giovane (casi come il mio, di autrici cioè che esordiscono pluriventenni, sono ormai decisamente molto rari), non è infrequente che si incappi nel peggiore dei rischi del mestiere. L'eccesso o il difetto di caratterizzazione, ad esempio. Oppure la perniciosa deficienza di verosimiglianza narrativa.

Il bashing, nei fatti, è figlio di un complesso non del tutto omogeneo di ingenuità stilistiche: si va dall'OOC al vero e proprio difetto in termini di comprensione della lettura. E' imparentato all'OOC, nei fatti, perché solo estremizzando o addirittura inventando a bella posta pose, atteggiamenti, azioni si può legittimare, ad esempio, Marron - personaggio che in Dragon Ball appare troppo poco per dirsi addirittura comparsa - finisca col recitare il ruolo di pazza ninfomane. Ma è sul secondo elemento (la totale assenza di un grado minimo di comprensione di quel che si legge) che vorrei soffermarmi, perché è anche quello su cui più volte si è concentrata la mia attenzione.

E' capitato raramente - ma è capitato - nel commentare certe mie pagine alcuni lettori asserissero - con una sicumera che fa impallidire, se si pensa ai contenuti che la supportano -, "Sono rimasta sorpreso/a di questa storia, perché io di solito xxxx non lo/la sopporto". E so per certo che non è capitato unicamente a me.

Ovunque, in modo più o meno diffuso - e non da bambini delle scuole elementari - sento fiorire opinioni consimili, legate a personaggi narrativi o reali (latu sensu, ovviamente, come importa, basti pensare al caso delle mie fanfictions j-rock, il produrre un testo on-celebrities), quasi ora l'approccio alla lettura non sia più quello di godere per qualche ora di una storia, ma uscire a cena con un personaggio.

A tratti mi domando se sia stata la sola a frequentare scuole in cui si è insegnato il valore del carattere nell'economia di un romanzo: un personaggio, nei fatti, non è simpatico o antipatico, ma funzionale o meno ad una certa trama. Dire che Harry Potter è antipatico, perché vuol fare tutto lui, in soldoni, vuol dire avere un profilo psicologico (e da psicologia clinica, per altro) di un bambino di anni tre: perché se l'autrice (e non dimentichiamo MAI che c'è un autore quando scriviamo fanfictions) ha inaugurato una saga incentrata su un eroe bambino che cresce, soffre, stringe relazioni, disfa tranelli ed infine vince, è evidente tale personaggio non possa essere diverso da come è. Né, per converso, potrà esserlo chi gli si contrappone. Scrivere una fanfiction, nei fatti, non dovrebbe MAI (poi accade. Ma lo fa chi di narrativa, mi spiace dirlo, non capisce proprio un tubo) equivalere alla redazione di una tesi buona a rispecchiare il personalissimo film mentale di chi quell'assioma propone. Il buon autore, cioè, non deve mai forzare la mano per convincere il pubblico della bontà del suo asserto, ma muovere proprio da quell'asserto sui cui esiste il pubblico incontro dei fans.

Il fenomeno del bashing, nei fatti, non è che il discendente diretto dei troppi 'Ah, io quello/a non lo/a sopporto, dunque per far capire a tutti quanto sia orribile, ne mostro la VERA faccia nelle mie pagine'. L'unico volto che si palesa a seguito di una simile meccanica, a mio avviso, non è che l'incredibile piccineria narrativa di chi magari si professa pure profeta, glossando a modo suo il verbo autentico (che è SOLO quello dell'autore).

Nulla inficia di scrivere o trovare più interessante un qualunque altro personaggio rispetto a quello protagonista: ma è un valore insito in quel carattere, non una guerra formale o concettuale che si intenta all'intera impalcatura di un romanzo o di un qualunque altro racconto. A maggior ragione, poi, si ha il diritto di ridere di quelle persone che manifestano simpatia o antipatia ad un personaggio plurisecondario, neppure fosse il vicino di casa.

Fenomeno non diverso dal bashing, sebbene in apparenza di marca opposta, è la riabilitazione tardiva: un fenomeno in crescita che forse alcuni di voi avranno notato. In buona sostanza si traduce nella volontà suppostamente anticonformista di autori che incensano i personaggi solitamente maltrattati dal bashing del cosiddetto fanon, con l'intento di promuovere una verità più vera o alternativa. Anche in questo caso, visto che il presupposto è ancora quello di omaggiare una tesi finanche risibile (Snape, per dire, non è a mio avviso una squallida spia mentitrice, ma neppure un angioletto da presepe. E' interessante e vivo proprio perché vive nel mezzo di un ossimoro ancora insolubile), gli esiti sono ridicoli e denunciano per l'ennesima volta la crescente in-cultura di chi sceglie un hobby di penna servendosene come se vangasse.

Come evitare il bashing? E' più semplice di quel che si crede. La verità risiede infatti nelle due parole più abusate e meno praticate dell'universo fandom: tridimensionalità narrativa.

I film lasciateli a chi se ne intende davvero, insomma.


posted by satsuki alle 14:16 in 07 stylus narrandi
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