lunedì, 18 settembre 2006

Io sono, tu sei, egli...

Contrariamente a quel che il titolo potrebbe suggerire, non sono impazzita a mia volta, succube del complesso della maestrite. Per quanto nutra ragionevoli sospetti in merito all’uso ed alla conoscenza dei verbi della mia lingua madre da parte dei miei conterranei, nei fatti, non nutro alcun interesse per insegnarli loro. Chi vuol imparare lasci perdere le ficcyne ed apra una grammatica, chi non vuole, continui a scrivere o si gratti. La ragione profonda del titolo si lega a quella che è ormai la cifra distintiva dell’universo compositivo del fanwriter nostrano: la tendenza cioè a giocare con gli artifici della persona per dare spessore al contenuto. Poiché immagino la vostra espressione virare dall’annoiato al dubbioso, provo ad esplicitare con un minimo di grazia il contenuto di questo articoletto, la cui matrice originaria – come nella migliore delle tradizioni possibili – non è mia, ma discende dagli input offerti da una lettrice/autrice, la solita Keiko-chan, e da una mia affezionata storica, Dida. Con la prima, nel nostro carteggio settimanale, si parlava di tecnica del p.o.v. (altrimenti detta del fuoco diretto), mentre la seconda, nel condividere le proprie annotazioni nel merito di una delle mie ultime opere, mi chiedeva delucidazioni in ordine alla scelta di sopprimere quasi del tutto gli spazi dialogici (ecco un esempio del perché i commenti, se fatti con giudizio, sono oro, insomma). Come pure sono solita, apro le mie riflessioni con un po’ di storia, fosse pure perché non tutti i lettori hanno alle spalle un lustro di produzione appassionata in un universo che molti trattano quasi avessero scoperto l’acqua calda. E nella storia delle fanfictions, piaccia o meno ai paladini dell’ultima ora, il p.o.v. non rappresentava affatto la norma, né, laddove presente, si traduceva in una paginetta di pure e semplici – mi si passi il termine – seghe mentali.

Agli albori della produzione narrativa amatoriale, in qualunque campo o fandom essa si esprimesse, il 90% delle opere presentava la classica struttura della novella o del romanzo classico (non sperimentalismi santacrociani, leroyeschi, melissaputtaneschi, o pattume mocciano): terza persona (spesso un narratore onnisciente, per chi sa di cosa sto parlando) con inserti dialogici più o meno estesi. Non c’erano né copioni teatrali, per intenderci (con tanto di faccine per non-capenti), né travolgenti soliloqui innanzi al nulla. C’era, invece, la voglia di raccontare una storia, trasformando lo schermo del pc in un camino di vetusta memoria.

Punto.

Il p.o.v. esisteva, ovviamente, ma era particolarmente raro, circoscritto a determinati fandom od a specifiche esigenze narrative: all’epoca, nei fatti, forse chi scriveva era andato a scuola ed aveva capito che non esistono scelte stilistiche quattro stagioni, quanto un coefficiente di rischio-obbrobrio che sfiora spesso le soglie del ridicolo e del 100%.

La vera esplosione del p.o.v. si ebbe in Italia a seguito della prima trasmissione televisiva dell’anime Evangelion (c’era pure chi l’aveva usato prima, come la sottoscritta. Ma la sottoscritta è un caso clinico a parte), il che, con riguardo all’area del fandom interessata all’anime, non era affatto deprecabile di per sé: chiunque abbia visto almeno un episodio di una delle serie più popolari dell’ultima generazione, sa che una cervelloticità autoreferenziale dei personaggi è in re ipsa. Per dirlo in due parole: considerando che Shinji Ikari si autoanalizza per ventisei episodi, nessuno che dedichi a tale momento un paio di pagine sarebbe meritevole di una qualunque gogna. Non più dell’autore originale, almeno.

Qual è dunque il problema? Il problema – che è poi lo stesso del plagio e di un’altra quantità di orrori del fandom – è stato la generalizzazione di una regola: siccome faceva figo mettere in piazza l’io, allora era obbligatorio ricorrere al fuoco diretto in una qualunque manifestazione narrativa. Ancora più a monte, però, bisogna collocare un altro fattore, anch’esso legato alla storia del fandom ed anch’esso espressione di una delle sue manifestazioni degenerative: il plagio o l’emulazione non autorizzata.

Correva l’anno 2002 e, per una curiosa catena di circostanze, alcune biografiche, altre culturali e letterarie, tre opere acquisirono una risonanza all’interno del mondo delle fanfictions paragonabile alla deflagrazione di una nova, dando alle autrici una specie di fama scomoda ed una quantità di grattacapi legati proprio ai contenuti. Sto parlando di Love Heals e Knockin’ on every door all’interno dell’allora abnorme fandom di Dragon Ball, e Luce da una stella morta, per quel che riguardava il fandom di Neon Genesis Evangelion. Forse non interesserà a nessuno saperlo, ma curiosamente queste pagine, che pure qualcuno potrebbe immaginare siano a tutt’oggi vanto delle autrici, sono state in buona sostanza rinnegate da queste ultime, almeno quanto fanaticamente seguitano ad essere ricordate e scopiazzate. Lo so bene, perché le prime due mi appartengono e con Caska Soryu Langley, autrice di Luce da una stella morta, condivido ancora le mie esperienze ed impressioni da fanwriter. Senza entrare nello specifico di storie che abbiamo scritto per divertirci, per raccontare e che non hanno mai avuto altra pretesa che questo (divertire, per quanto i contenuti lo permettessero, e raccontare), quel che interessa era lo stile utilizzato.

Love Heals – A/U la cui notorietà mi sconvolge, perché ancora non ne ho proprio comprese le ragioni -, che ha condannato a morte l’antico fandom di Dragon Ball, appiccicandomi un’etichetta di autrice che a questo punto potrei mutare in quella di boia senza tema di smentite, rappresentò un po’ la mia personale palestra di narratrice. La prima sezione della trilogia, nei fatti, non presentava alcun genere di artificio narrativo. Era la classica impostazione in terza persona – narratore onnisciente che, di quando in quando, allungava stoccate al lettore – con inserti dialogici. All’epoca avevo già alle spalle una discreta quantità di pagine, per quanto non pensassi senz’altro di arrivare al volume attuale, ma nessuna esperienza affine. Non mi era mai capitato, cioè, di raccontare storie ed ero molto cauta nel farlo (avevo ventitré anni e stavo per discutere la tesi. Forse farebbe comodo a qualche tredicenne che si sente già Manzoni tener presente questo fatto non tanto trascurabile). Ancora stordita dal clamore che quel raccontino pure banale, se vogliamo, sollevò, aggiunsi uno spin-off (ch’era poi la rielaborazione dei flashback disseminati nell’opera ed antefatto della stessa). Fu proprio nell’Ultimo volo (tale era il titolo della one-shot), che ricorsi per la prima volta al fuoco diretto come artificio narrativo prevalente: e non lo feci perché lo facevano tutti (all’epoca, per contro, non lo faceva quasi nessuno). Lo feci perché la particolarità dell’evento (la voce narrante si trova in punto di morte. E da quel punto di stallo guida chi legge attraverso gli eventi che ve l’hanno condotta) non voleva un filtro neutro, ma una mediazione partecipata che catturasse l’attenzione del lettore facendo leva sull’empatia, prima ancora che sulla comprensione. A partire da quel momento, e nelle sezioni successive dello stesso ciclo – poi divenuto una trilogia -, il fuoco diretto inframmezzò spesso e volentieri la narrazione ordinaria. Poiché però intanto Love Heals si era aggiudicato la palma (poi contesagli da un’altra mia opera), a tutt’oggi saldamente detenuta, di opera più copiata di tutti i tempi (spulciate in tal sede alla voce ‘plagio’. O chiedete a Lener, se non vi fidate), gemelli siamesi, spesso storpi, fiorirono in ogni dove. Siamo al marzo del 2002: in aprile stendo Knockin’ on every door (poi prima parte del lunghissimo ciclo di Prometheus) e l’infezione da fuoco diretto, propagata altresì da Neon Genesis Evangelion e dall’altra opera ricordata, diventa un’epidemia incontrollata, che non solo infetta chiunque e dovunque (ed immaginate voi capitan Tsubasa, solo immobile davanti al dischetto, che discetta del senso della vita anziché tirare una cannonata. Grottesco forse solo eguagliato dall’adattamento italiano dell’anime di Saint Seiya, quando Seiya, in teoria incalzato dall’urgenza di far riparare la propria armatura, si ferma a guardare il panorama ed a citare Leopardi), ma si radica stabilmente in quella tradizione narrativa che vediamo tutt’oggi: quella che misura la bellezza sulla quota di angst, il numero di pagine e sulla reiterazione di lemmi come sangue, anima, rosa o bambolarotta (tutto attaccato, ovviamente. Ci fosse mai uno che le rimette insieme, ‘ste bambole maledette). Quella che vive su una serie di equivoci mostruosi, che provo ora ad illustrarvi, tornando al contempo a parlare di p.o.v., visto e considerato che rischio altrimenti di uscire dal seminato.

 

Il fuoco diretto è il modo dell’oggettività. Se voglio descrivere in modo fedele il mio personaggio, devo farlo parlare per forza in prima persona. Tale asserto imbecille – e scusatemi se uso questo termine – è di norma la prima scusa che accampa chi del fuoco diretto non ha mai sentito parlare prima di aprire una ficcyna che gli/le è piaciuta tanto. Chi a scuola ha sentito parlare di un certo Zeno Cosini e di una coscienza che non è quella che dovrebbe rimordere a chi brutalizza così la propria cultura, sa piuttosto che è invece vero il contrario. O meglio: eccetto il caso in cui un personaggio si improvvisa narratore – metanarratore, anzi, come, per chi l’ha letto e lo ricorda, Jun in Rakuen e poi in Una voce nel silenzio. O Draco ed Hermione, ne Il dolore perfetto (scusate se cito sempre e solo me stessa, ma ho praticamente esaurito il repertorio degli artifici nel vano sforzo di rinnovarmi anche per quelli che continuavano a copiare) -, e dunque sostituisce la propria voce a quella dell’autore per raccontare – ma in posizione di terzietà – gli eventi, di norma usare l’io per scrivere risponde ad un’altra esigenza. Il fuoco diretto è, piuttosto, il mezzo con cui un autore può permettere al lettore di affondare nell’emotività del personaggio, che è altra cosa dal raccontare la verità per quella che è. Il soggetto parlante, nei fatti, in un p.o.v. pensato con criterio, usa una lingua e distorsioni veritative che istradano il lettore verso il giudizio. Uno dei miei p.o.v. più celebri, non a caso, è proprio lo shockante esordio di Knockin’on every door, in cui, senza premettere il minimo cappello, costringo chi legge a finire all’Inferno. Letteralmente (il passo, nella sua ultima versione, è censurato per ovvi motivi):

 

"Conosci Shinjuku? La Terra risparmiata dal terremoto del Kanto? La Terra benedetta? Conosci Shinjuku La Seria? A due passi dal Parlamento... Un pugno di fermate della Yamanote. Dai... Hai capito di cosa parlo... Conosci Shinjuku, paparino? Conosci Shinjuku L’Ipocrita? Conosci Shinjuku L’Inferno? Conosci Shinjuku di notte, paparino? Perché IO sono Shinjuku... Shinjuku di notte... Il cuore di un Serpente in cui si vendono cxxi e caxxi. Io sono Shinjuku. Sono il Principe di Shinjuku. E tu vuoi solo comprarmi. D’accordo: mani al portafoglio. Si può fare.

5000 yen se vuoi accarezzarmi.
Il doppio per un bxxxxxxo.

Il quadruplo per scoparmi.
1000 yen per ogni extra.
E’ un buon prezzo. Garantisco. Sono merce di prima qualità.
Puoi legarmi.
Torturarmi.
Esercitare su di me ogni tua perversione.
Penetrare ogni mio buco.
Distruggere la mia dignità.
Ti piace, vero? Ti piaccio, vero? Guarda i miei occhi. Provami. Non si lamenta mai nessuno. Sì, così. Bravo paparino. Sembro piccolo, ma ho il caxxo più grosso di tutti. Vuoi leccarlo? No. Non sono tuo figlio. Io non sono il figlio di nessuno. Non devi sentirti in colpa. C’è chi nasce e chi viene cagato. Ma io sono pulito. Ti sembro merda forse? Oh, sì... Bravo paparino. Quanto mi piacciono quelli come te. Grassi e flaccidi fuori e così teneri dentro. Mi viene quasi voglia di sventrarvi. TUTTI. O cavarvi gli occhi. Così non potrete più guardare. Non potrete più guardarmi. E quando andrete all’Inferno, nessuno potrà più dirglielo.
Nessuno gli dirà quanto sono caduto in basso...

Dammi un tiro Dio dammi un buco dammi un tubo d’aspirina dammi un chilo di efedrina dammi una striscia di quella buona dammi un colpo dammi una palla dammi una mano Dio caxxo dammi una mano che me ne sto andando"

 

Non credo ci voglia una guida alla lettura per capire che il simpatico protagonista di questa storia è una delle lucciole di Kabuki-cho, il quartiere del sesso di Tokyo, si venda sulla strada – per ragioni sue –, adeschi i clienti in modo aggressivo e sia tossicodipendente. Chi sa leggere, poi – e dunque avrà capito perché abbia scelto di farlo parlare -, da tale stralcio trarrà pure che è mentalmente instabile, che ha fantasie perverse ed inclini all’incubo e che ha qualcuno che lo aspetta da un’altra parte che non è proprio dietro l’angolo. Ma se devo raccontare non un personaggio, ma un fatto oggettivo – la mamma ha mandato Luca a prendere il latte -, il pistolotto dell’io può restarsene a casa. Il fuoco diretto non è affatto un mezzo che rende più immediata la narrazione, ma proprio perché impone la mediazione di un filtro emotivo, può rappresentarne un appesantimento indigeribile.

L’utilità del p.o.v. si coglie poi quando agiscono più personaggi, ciascuno in una posizione ambigua, di grigi esistenziali e scelte problematiche. In tal senso farli parlare vuol dire mettere in scena la multiformità del reale, come nel gioco delle maschere caro a Pirandello. Purtroppo non sempre l’esperimento va a buon fine e ciò accade quando chi scrive non è padrone dello strumento, oppure quando chi legge non ha capito cosa abbia davanti.

Su quest’ultimo punto ho un esempio risalente ed uno recentissimo, il primo relativo ad un capitolo molto drammatico di Esaetter, l’altro riguardante una mia one-shot.

Per quel che concerne il primo caso, la situazione di fatto era la seguente: il protagonista, che versa inconsapevolmente in uno stato di forte deterioramento psicologico, stupra una ragazzina prepubere (colpevole di aver aggredito la sua fidanzata) e, sfidato dal gemello di lei, riduce quest’ultimo in fin di vita. Non credo ci sia da argomentare in merito alla distribuzione delle ragioni e dei torti. Ci crediate o meno, il 90% delle lettrici (complice senz’altro anche il fascino personale del personaggio maschile) ha commentato l’episodio con "Eh, però, Vina (la ragazzina stuprata) se l’è cercata". E tutto perché concedevo al protagonista un lunghissimo e delirante soliloquio in cui tentava di dare una giustificazione razionale ad un’espressione assolutamente bestiale. Io l’avevo fatto come prova a contrario: Leonar sta impazzendo, guardate cosa combina. Il pubblico ha sposato la causa del narrante ‘Ce l’hanno tutti con me’. Il secondo è ancora più divertente, perché è espressione di quella tipologia di lettore che oggi va per la maggiore: il critico omnibus. Quello, cioè, che non può sopportare di leggere una storia fatta bene. La one-shot in questione si intitola (e fate bene attenzione al titolo, perché il nucleo è quello) ‘Un inutile pennarello in una scatola chiusa’. In soldoni è la confessione-autoaccusa di un uomo fortemente depresso, che si sta lasciando morire dopo che il compagno, tossicodipendente, è stato arrestato. E non è neppure – mi spiace per voi – un pistolotto su peni alati ed animi conchiglia: è la cronaca di una serie di eventi, filtrata però dagli occhi di una persona con aneliti suicidi. Una persona, cioè, il cui livello di autostima è sotto le scarpe. Aggiungiamoci che ad ispirarla è un testo vero (storico), creditato ed accreditato. Ebbene: una lettrice ha lamentato che il protagonista era troppo depresso, dunque leggere quella one-shot le risultava pesante. Davanti a certi lettori, temo, anche mettere WARNING! Angst!, sia inutile. Per farla breve, insomma, confusione del tema con lo stile: e poco importa l’autore avesse indicato sia l’uno sia l’altro.

 

Il fuoco diretto rende la pagina più emotiva ed è connaturato alle storie drammatiche. Nì. Non me la sento di dissentire del tutto, ma trovo sia comunque una visione decisamente falsata da una certa indulgenza o preferenza per una tecnica narrativa ormai stra-abusata. Premesso che con il fuoco diretto ho scritto opere dalla comicità esemplare (Institutiones, ma anche il ciclo di Like H.C.) – ed anzi mi viene da dire che riesce quasi meglio in veste umoristica che non angst -, ritengo personalmente che nulla esalti la drammaticità di un momento come una cronaca fredda, chirurgica e puntuale. Non dettagliata, ma distaccata. Spesso il fuoco diretto è un allungamento di broda che tra artifici scenici di dubbio gusto scivola nel grottesco, più che nel problematico o nell’impegnato. Soprattutto, poi, quando non è fatto con criterio, dunque non serve a portare in scena una peculiarità del carattere.

 

La lingua. Questo tema, complice anche l’oggetto dei miei studi veri, è senz’altro uno di quelli che ho sempre più avvertito come essenziale. Tale mia sensibilità – magari pure eccessiva – ai registri, ha una ricaduta feroce sulla mia tolleranza al fuoco diretto. Probabilmente sono stata molto sfortunata – per un perverso gioco del caso pare la mia carriera di fanwriter nasca dal fallimento di quella di fanreader, nel senso che ho cominciato a scrivermi da sola quello che non riuscivo a leggere da nessuna parte -, ma la mia esperienza di fruitrice di p.o.v. mi ha portata a contatto unicamente con brutture in cui TUTTI – e nessuno escluso – i personaggi piovviavano allo stesso modo. Oppure ho scorso storie in cui o il protagonista era un principe che parlava come il mio Prometheus o il protagonista era un disgraziato, ma discettava come il Baronetto Jean-Claude. Ora: che senso ha servirsi della quintessenza della mimesi, se uno non ha neppure la più vaga idea di cosa sia? Da veterana del fuoco diretto – talmente tanto che con il tempo ho ridotto, anziché complicarmi la vita -, posso dire che non c’è niente di più difficile in senso assoluto che non dare voce ad una propria creatura. Pensate anche solo ai problemi di genere: potete dire con assoluta certezza, come donne, di sapere come parla/pensa un uomo? O come uomo, di come parla/pensa una donna? Quando ho scritto – e più ancora quando ho riscritto - Prometheus il peso di tali e tanti problemi è bastato a farmi poi inanellare una quantità di racconti in terza persona che mai reputerei di qualità inferiore, ma che senz’altro sono assai meno sofferti.

 

Altri artifici stilistici. Il fuoco diretto è la più evidente, ma non è senz’altro l’unica delle depravazioni da imitazione. Una ancora contenuta, ma che mi è capitata sotto gli occhi – e proviene dall’entourage delle mie piattole – è quella del tu evocativo. Che ricordi bene, ho fatto un massiccio ricorso a questo artificio solo ne Il Principe (era l’intro delle prime dieci parti del prologo) ed in Kurayami, pur avendone proposti inserti anche all’interno del laboratorio-Prometheus. Per chi sa che esistono i libri, una delle grandi interpreti di questo stile è la recentemente scomparsa (peccato) Oriana Fallaci. Il tu evocativo non è – come forse può pensare qualche idiota – una via di mezzo tra il p.o.v. e la terza persona, ma un artificio che soddisfa una necessità ben definita: chi usa il tu evocativo, nei fatti, cerca la complicità del lettore. E’ un modo di ricostruire la verità narrata ammiccando con continuità, cercando sempre laboriosamente consensi o conferme. Non è un moto della soggettività né dell’oggettività, semplicemente perché quando usi il tu, in verità, non stai raccontando, ma creando la verità. Non a caso esistono intercalari ricorrenti, come il ‘ricordi’. Ora: chi crede la memoria sia uno stato oggettivo, si legga qualche buon saggio di semiotica, meccanica dell’apprendimento o, semplicemente, sia onesto con se stesso. La memoria ricostruisce ponendo un filtro: il che sarebbe a dire che, se proprio non si colloca sullo stesso piano dell’invenzione, vi si avvicina però in modo significativo. Nel momento in cui l’autore dice ‘ricordi’, sottintende sempre ‘ricorda con me/gioca con me’. Ed il resto segue. E’ interessante notare invece ci siano sempre più virtuosi del frullato che impastano e mescolano stili come se l’uso dell’uno o dell’altro fosse irrilevante, solo per solleticarsi l’ego con le lodi di qualche pecora che non sa ancora distinguere la buona storia da una nube di fumo (tossico). Ormai quasi scomparso – fortunatamente – è l’uso del flusso di coscienza puro. Ad essere triste, però, è il fatto che non siamo stati tanto noi autori a fare ammenda ed a riconoscere che a meno di non essere come Joyce era meglio abbassare le penne e seguire il seminato, quanto sia stata la noia di dover spiegare a tutti che sì: conoscevamo l’uso delle virgole, a portare all’abbandono di tanto nobile strumento.

 

Se qualcuno di voi è ancora vivo (mi auguro abbiate chiuso la schermata qualche ora fa), suppongo si chieda l’ultima ragione di un simile catalogo. Non ve n’è nessuna particolare: è piuttosto un prontuario pratico di errori fatti e da scoraggiare, come di esperienze inevitabilmente maturate nell’arco di un lustro. E’ anche – e soprattutto – un invito alla responsabilità ed alla consapevolezza dei lettori, che siano davvero critici nel formulare la critica: sappiano cioè con certezza quale è il limite e se lo si è superato. E pretendano, ovviamente, di trovare una storia oltre mille sdilinquimenti dell’ego.


posted by satsuki alle 19:54 in 07 stylus narrandi
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lunedì, 04 settembre 2006

Emergenze idrauliche e belati: ovvero la recensione

Dopo un silenzio ignobile - di cui mi scuso, a maggior ragione con i gentili ultimi arrivi, che hanno portato comunque la propria opinione a precedenti dibattiti -, torno ad aggiornare anche questo spazio che, con mio grande piacere, ha trovato un'utenza molto più attenta ed interattiva di quel che credevo. Per tali ragioni, dunque, mi viene pure da dire questo articolo la riguardi solo in senso lato (o, forse, nell'accezione migliore).

L'argomento che mi preme affrontare è da almeno due anni il protagonista periodico di qualunque forum si occupi di fanfictions, il che è senz'altro indice della sua estrema rilevanza ed anche della consapevolezza che di tale profilo hanno alcuni autori ed alcuni lettori. Mi permetto di sottolineare quell'alcuni per ragioni che si chiariranno nel corso della trattazione.

Mi riferisco, come molti avranno forse intuito, all'annoso problema delle recensioni. Perché sono così necessarie? Perché non se ne può fare a meno? Perché, invece, a volte bisognerebbe proprio prescinderne?

Il problema delle recensioni, in un certo qual modo, è venuto in conto in concorrenza con un altro fenomeno, che è ad esso senz'altro legato in una connessione biunivoca: l'automatizzazione di buona parte dei grandi archivi di fanfictions. L'adozione di uno script che possedeva in sé la snella opzione in virtù della quale il lettore poteva lasciare il proprio feedback, ha infatti portato a tre fondamentali conseguenze: condensazione dei commenti nei soli siti che presentavano tale script (in tal senso la scelta di Lener e mia di creare un filtro qualitativo di selezione delle opere è stata penalizzata, anziché promossa da un'interazione più consapevole), aumento del numero e della visibilità dei commenti, decremento qualitativo degli stessi. Un quarto corollario, legato al secondo punto, è diventato la fame di commenti: il bisogno cioè spasmodico di essere, per così dire, vistati al passaggio del lettore.

Sin qui, almeno, abbiamo un profilo puramente descrittivo di quel che è accaduto: qualcosa, per altro, che appare sintomatico di un fandom deforme solo a chi ha avuto esperienza di un prima decisamente diverso. Una premessa da porre, pertanto, è che alla base del mutamento del ruolo del commento, sino alla sua degenerazione, vi è una metamorfosi interna all'idea di fandom stesso.

In origine - parlo degli anni 1999-2002, sommariamente, la fanfiction non era letta come genere, ma come appendice di uno spazio in cui, prima di tutto, si dibatteva di un soggetto caro a più appassionati. Sotto questo profilo, pertanto, il giudizio sulla storia diveniva parte integrante di una più ampia valutazione che investiva prima di tutto il tema stesso, nelle sue molteplici sfaccettature. La fanfiction, cioè, non era mai - o quasi mai - scritta per caso: di solito maturava a seguito di uno spunto o di un input sviluppato proprio all'interno di una discussione tra fans. Quali erano gli spazi deputati a tale confronto? All'inizio e-mail (o mailing list), poi i forum (altro strumento la cui esistenza non valeva a prescindere, ma la si considerava in termini di supporto. Era una piazza monografica, cioè, in cui si dilatava interattivamente il tema del sito). In questo clima particolare di comunità di fans autentici, la recensione in senso stretto non esisteva: nessuno, cioè, si metteva a disquisire sulle figure retoriche di un testo, per privilegiare, invece, il fulcro narrativo (plot e resa dei caratteri). Anche a non voler rimarcare il fatto fossero spesso storie che nella propria lisiana forma surclassavano per spessore e contenuti gli improponibili pastrocchi gay-angst che vanno oggi per la maggiore, si trattava di una produzione molto più consapevole della propria destinazione e come tale trattata dall'utenza. A nessuno veniva in mente di storpiare i personaggi e la lingua madre, come a nessuno veniva in mente di dare voti alle pagine. Non solo: l'inutilità della recensione nasceva da un trattamento onesto della fanfiction: ai fans, cioè, veniva naturale e fisiologico segnalare gli autori migliori, a propria volta fans ed inglobati così in un circolo virtuoso.

Oggi - e non credo di essere l'unica ad averlo notato - tutto questo non esiste più. E' stata una decadenza incredibilmente costante, dalla quale è discesa come inevitabile corollario quella corruzione del fandom di cui spesso ho parlato. A causa di fattori diversi, il primo dei quali temo sia l'ignoranza di molti autori, non seconda a quella dei lettori, ed il secondo, ma solo nell'enumerazione, la pomposità con cui certi autori si credono scrittori (e davvero sarebbero da abbattere per gli effetti deleteri che tale prosopopea ha avuto), le recensioni (o supposte tali) in Italia hanno ormai questo profilo (e non sto celiando. Vorrei ma non posso):

Recensioni belato: sono quelle che si riducono di norma ad un BEEEEELLLAAAA, come se l'uso di vocali e consonanti nella lingua italiana fosse aritmeticamente opinabile.

Recensioni idrauliche: sono quelle che perdono più tempo a descrivere come i fluidi corporei del lettore si siano distribuiti sulla tastiera che non a commentare quanto letto.

Recensioni pappagallo: sono quelle che, dando forse per scontato l'autore soffra di gravissime amnesie, si limitano a fare il riassunto di quanto letto, sortendo così due terribili effetti: se il riassunto è fatto male, rischiano gravemente di danneggiare l'autore (è successo alla sottoscritta. Fidatevi). Se il riassunto è fatto bene, allontano per palese disinteresse (o innervosiscono a morte) i lettori potenziali, che confidano nelle proprie capacità intellettive per fare lo sforzo di aprire la pagina.

Recensioni di partito: non esistono in quanto l'opera abbia un valore. Esistono in quanto l'autore ha un mucchio di amici.

Recensioni di protesta (altrimenti dette stroncature interessate): non esistono in quanto l'opera non meriti. Esistono in quanto l'autore ha avuto la sventura di pestare i piedi a qualche parrocchia.

Recensioni spam: sono quelle che non si sprecano a commentare, ma segnalano una propria opera. Spesso neppure realtiva allo stesso fandom.

Recensioni-dispetto (giuro che esistono): sono recensioni assolutamente curiose, in cui il lettore, anziché manifestare entusiasmo per aver trovato qualcosa che gli piace, palesa in modo manifesto d'esser rimasto piccato da tanta grazia. In tal senso organizza una recensione in cui al contempo loda, ma minimizza, tenendosi in equilibrio tra un ringraziamento a denti stretti ed uno scorno evidente. Sono estremamente facili da individuare, in quanto di norma se l'autore scaltrito giustifica una scelta indicata come contestabile, chi ha recensito si corregge dicendo esattamente l'opposto di quanto scritto prima (o in evidente contrasto), mostrando con ciò d'essersi appellato al nulla. Visto che ne ricevo un mucchio (chissà perché? ^^), posso pure dire che, dopo quelle vere, sono le mie preferite.

Recensioni maniacali: sono quelle di due pagine e mezza, contenenti anche l'analisi logica del periodo, la statistica delle virgole e la lista dei refusi. Spesso e volentieri, in chiusa di papiro, quello che manca è proprio l'essenziale: cioè un giudizio sulla pagina.

Inutile rimarcare come nessuna di queste recensioni sia utile ad alcuno (a meno che l'autore non sia il prototipo del narratore moderno: più sono meglio è. Tanto mi leggono a seconda del numero dei commenti).

Eppure, proprio durante questa estate, un piccolo miracolo - reso ovviamente possibile da personalità che non si iscrivono in questa categoria - ha visto protagoniste mie storie recenti: ho cominciato nei fatti a veder fioccare richieste di accesso al mio archivio (privato), introdotte da tale dicitura: 'ho letto la recensione xxxx, fatta da xxxx e sono rimasta incuriosita dalla storia'. Perché si tratta di un segnale non solo molto positivo, ma pure miracoloso? Perché, semplicemente, sono sempre più rari i lettori che, come tutte le persone assennate, pretendono recensioni fatte bene e da quelle si fanno guidare: spesso prevale la moda del momento, o un passaparola viziato da quanto detto sopra (per cui diventano straletti obbrobri OOC). Il primo passo, però, è proprio quello di avere gente che sa recensire.

Chi è il buon recensore? Prima di tutto è il buon lettore: qualcuno che ha capito (sul serio. E non si è permesso propri film gratuiti) quanto ha letto e ne sa cogliere, come riassumere, gli aspetti salienti. Dunque giudica il plot, la resa dei caratteri, passaggi particolarmente incisivi, variabili linguistiche. Se ha dimestichezza con l'autore (profilo che non viene mai in conto, ma è ESSENZIALE, nel senso che se hai letto mezza pagina di Dante e pretendi di dire la tua sulla poetica, sei un somaro arrogante. E questo vale per qualunque Pincopallino), può azzardare interpretazioni di stile. Egualmente se, conoscendo le tecniche narrative di base, ha riconosciuto un artificio particolare (glisso su chi crede che il flusso di coscienza sia l'omissione ignorante dei segni di interpunzione). Non ha bisogno di riassumere la storia per parlare della storia: si limiterà a lanciare esche, che il lettore di passaggio, incuriosito, potrà cogliere. Non si metterà neppure a contare i refusi: al più può segnalarli via e-mail all'autore, ma non certo riterrà che farne la conta sia essenziale per chi lo segue. Il buon recensore, insomma, sa che NON scrive per l'autore: ma per un altro se stesso. Dunque non si fustiga con la prova provata della propria inutilità.


posted by satsuki alle 20:26 in 02 pillole di fandom
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