martedì, 01 agosto 2006

Stile libero

Questo articolo deve la sua genesi a due fanwriters che apprezzo molto e che hanno l'indiscutibile merito di fare osservazioni estremamente intelligenti sulle mie pagine - non sempre all'altezza, per altro, dei commenti che ricevono -: Lener e Keiko-chan. Dettaglio curioso - ma neppure particolarmente - è che entrambe hanno mosso osservazioni perfettamente coincidenti in rapporto alla medesima opera, portandomi dunque a guardare alla stessa non tanto come autrice, quanto come potenziale lettrice. La fanfiction cui mi riferisco è il lungo e laborioso A/U what if "Il dolore perfetto", in cui, ormai goccia nel mare delle varianti proposte, la sottoscritta ha elaborato una sua personalissima versione del settimo anno ad Hogwarts. Non credo sia tuttavia di grande interesse parlare di un'opera che non è conosciutissima e molti potrebbero tranquillamente ignorare senza riceverne alcun danno, quanto focalizzare l'attenzione proprio sulle osservazioni cui accennavo sopra. Osservazioni - ed è questo che le rende incredibilmente intelligenti e meritorie -, si sono spesso soffermate a valutare lo stile da me utilizzato nella composizione, ancorché la semplice trama. Uno stile che, per citare Lener, farebbe di quest'opera un ipotetico volume (come mole siamo effettivamente oltre le duecento pagine) intitolato "Harry Potter e l'autrice intelligente", poiché, come ha rilevato nel suo ultimo commento Keiko-chan, si risolve l'irrisolutezza con cui la Rowling tratteggia i propri caratteri, per vedere finalmente loro tributata una tridimensionalità credibile. Tralasciando la generosità del giudizio, devo dire che scrivere su Harry Potter e confrontarmi con lettori così attenti mi ha portata a scoprire problematiche che, come autrice di fanfictions ispirate a manga (in merito alle on-celebrities musicali non mi pronuncio, perché tendo a considerare quel fandom molto particolare), mi erano precedentemente sconosciute. Prima tra tutti, senz'altro, lo stile della composizione.

Provo ad essere più chiara, poiché è evidente che di stile si finisca con il parlare sempre, quando entra in conto un prodotto scritto.

Se come ficwriter di manga dovevo confrontarmi principalmente con la necessità di rendere visiva e fedele al contesto la mia linea di prosa, ma non avevo alla base alcun referente propriamente narrativo, è evidente che nel momento stesso in cui ho elaborato una mia variante di un romanzo, era sicuramente il dato scritto il mio punto di partenza. In verità, se proprio devo essere sincera, la mia personalissima opinione in merito al valore letterario della Rowling è talmente bassa che ho vissuto la mia storia più come una scommessa che come un tributo: tant'è che in partenza non mi sono proprio posta il problema di essere rowlinghiana o meno. O meglio: il più rowlinghiana possibile nei caratteri. Il meno possibile proprio nello stile. E' stata tuttavia questa scelta ad incuriosire qualche lettore, in particolare proprio Keiko - che tra l'altro su Harry Potter ha scritto e molto bene, tanto da essersi probabilmente posta per prima il problema -, la quale, fin dal suo primo approccio alla mia opera rilevava la discrasia esistente tra scelte compositive e caratteri: sarebbe a dire il fatto di scrivere (e dunque leggere) una storia dell'universo della Rowling, ma manifestamente prodotta da un'altra penna. Per la verità non sono affatto la sola ad aver proposto un simile esercizio - anche se forse è vero che l'ho applicato ad una storia molto densa e piena di torrentelli narrativi secondari, che sondano un po' tutta la realtà di Hogwarts -: credo anzi che il 90% del buon fandom dedicato ad Harry Potter tale sia perché rifugge la sciattezza ed il semplicismo espressivo dell'autrice. Mi viene anzi da dire che l'intero buon fandom di Harry Potter (quello non corrotto da fantasie ormonalmente opinabili, ovviamente. Il che implica, purtroppo, una minoranza decisamente esigua) si è sviluppato proprio per colmare le palesi deficienze espressive di una storia che, per quanto l'autrice millanti ambizioni di crescita, non supera mai il piatto stallo di un'operetta da scuole elementari, in cui tutto è bianco o nero o arbitrario.

Sondare un personaggio, sciogliere le ombre, descrivere un passaggio fondamentale della sua storia è da sempre quel che si chiede al fanwriter. L'interrogativo che le osservazioni di cui sopra sollevano è però qualcosa che suona come "Se alla base di una fanfiction c'è un romanzo, bisogna ricalcarne lo stile?". Personalmente non sono d'accordo con questa idea (non portata da Keiko e Lener, ma potenziale corollario di alcune osservazioni, beninteso. Diciamo siano stati un input per il discorso), a meno che le suggestioni non si leghino strettamente al clima storico che il testo ricalca.

Il fronte dello stile - dello stile personale, soprattutto - è forse quello che più ha risentito negli ultimi anni della progressiva disgregazione dell'autentico interesse per la scrittura divertita e condivisa, a vantaggio della para-letteratura frustrata. Dai fanatici delle virgole e delle virgolette, per arrivare all'esseemmeessese (ai miei occhi si collocano entrambi i fenomeni sullo stesso piano e lo dico con molta tranquillità. Un cruschiano convinto è una noia mortale che affossa le fanfictions non meno di un volenteroso analfabeta), il trend sembra quello di imporre uno standard definito a qualcosa che, proprio perché espressione hobbistica, dovrebbe essere quanto di più libero e personale possibile. Non solo: aggiungiamoci la selva sempre gravida dei poverini che vogliono diventare famosi con le ficcyne e pescano dalle pagine altrui per disinvolti copia-incolla di frasi. Ecco che il povero lettore si trova davanti ad orrori seriali, che stanno ad un omaggio alla serie come un aborto ai gemelli Giannini.

Il problema di fondo - ai più sconosciuto - è che l'originalità più profonda di una storia amatoriale è proprio nella modalità con cui la si racconta: per questo non ha senso scimmiottare la matrice, se il sogno ne prescinde.

Per questo non ha senso voler ereditare quella altrui, solo perché si è letto troppo poco per comprendere la sana virtù che si chiama rielaborazione (che non è un frullato di frasi o di idee, ma l'acquisizione profonda di un'autonoma competenza espressiva).


posted by satsuki alle 21:22 in 07 stylus narrandi
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