martedì, 27 giugno 2006

Short is better than long

Strettamente legata all'universo del livejournal (ancora in ragione della sua estrema stringatezza), ma di gran lunga più risalente (per certi versi si potrebbe anzi dire sia la capostipite della fanfiction in quanto genere) è la realtà del drabble. Con tale accezione, canonizzata nell'ambito del fandom Science Fiction inglese nel 1980, si intende un racconto estremamente breve, risolto in sole cento parole (misura fissata dalla Birmingham University Science Fiction Society), che dovrebbe provare l'abilità dello scrivente nel saper organizzare una novella in uno spazio particolarmente ridotto. In taluni contesti tale accezione viene estesa anche a racconti compresi tra le 300 e le 500 parole (in altri casi sino a mille), benché i puristi preferiscano parlare in tal senso di flashfic.
La dimensione estrema del drabble è la nanofic: solo 55 parole.
Come si può facilmente intendere da questa stringata presentazione, il drabble pone immediatamente in luce due sue particolarità: la regionalità della diffusione ed il fondamento, per così dire, colto. E' evidente, nei fatti, il drabble abbia tanto più lata diffusione quanto più è economica una lingua. L'italiano e le lingue romanze, talora assai verbose, nei fatti presentano maggiori difficoltà ad esaurire una narrazione di senso compiuto entro i margini delle cento battute. Diverso è il discorso per l'inglese, che presenta costruzioni più adatte alla tipologia della shortfic. Il secondo punto mira invece a rilevare il proposito originario della narrazione drabble (che eredita, se vogliamo, la tradizione ellenistica dell'idillio e dell'epillio, seppure in veste prosastica), che dovrebbe spingere ad un labor limae esasperato ed orientato alla massima resa nel minor numero di battute possibili. Si tratterebbe, cioè, di un virtuoso esercizio di stile.
La mia esperienza, maturata prevalentemente nell'ambito delle livejournal communities (tra le altre c'è la celebre 50words, appunto), mi ha invece portata a rilevare come nel 99% dei casi (e forse qualcosa in più), il drabble sia una forma stringata di PWP: una narrazione, cioè, che non si preoccupa di essere minimamente coerente al suo interno. Non è un caso, nei fatti, la death fic sia spesso una forma particolarmente morbosa di drabble.
Interessanti note in merito all'origine del fenomeno sono riportate in questo articolo, cui vi rimando.


posted by satsuki alle 23:35 in 02 pillole di fandom
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venerdì, 23 giugno 2006

Killing me softly: la death fic

Un genere assai particolare di narrazione che ha catturato recentemente il mio interesse è dato da una variante dell'angst particolarmente diffusa nella realtà del fandom anglofono, ma credo in rapida ascesa pure nel contesto narrativo nostrano. Suppongo anzi, con quell'intervallo fisiologico che nasce inesorabilmente dalle imitazioni un po' pedestri di altri trends, nei prossimi mesi assisteremo (purtroppo) ad una crescita esponenziale delle storie che mi accingo ad illustrare. La death fic è una realtà che, confesso, ho difficoltà a comprendere per prima, sicché spero mi scuserete se l'analisi risultasse imprecisa o viziata dalla mia particolare posizione in merito (che tenterò comunque di posporre ad un ligio dovere di cronaca e commento).

Come illustra il termine stesso si tratta di una narrazione - solitamente breve (tagli da 600-1000 battute, una-tre cartelle al massimo), poiché il contesto in cui l'ho vista istituzionalizzata come genere a sé stante è ancora quello del livejournal - che ha come nucleo portante la morte di uno dei personaggi protagonisti (sovente addirittura della coppia principale). Attorno a questo evento si costruisce raramente un flusso di coscienza che illustra l'accaduto, ancor più frequentemente la descrizione minuziosa dell'evento. Il protagonista si è svenato? Tutta la narrazione ruota attorno al particolare del taglio, al modo in cui il sangue cola o si diluisce in altro liquido, al riflesso dell'evento morte nell'ambiente circostante. E' stato ucciso? L'assassinio si moltiplica virtualmente nella scansione morbosa dell'atto con cui il soggetto agente si avventa sulla vittima, la possiede fisicamente o psicologicamente ed infine le ruba la vita.

Caratteri pressoché costanti in simili narrazioni sono la presenza del plasma - se uno dovesse associare visivamente un colore a tali pagine userebbe il rosso senz'altro - e l'accanimento morboso per i dettagli. Quel che spesso è del tutto assente, nondimeno, è la giustificazione logica dell'atto descritto. La morte sembra infatti un evento tanto più naturale quanto più casuale: il lettore legge un suicidio, ma quasi mai le ragioni dello stesso. Oppure si riflette nell'odio distruttivo di un assassino, ma stenta a trovare le radici di un atto irrazionale e feroce. L'impressione che ne deriva, ad esser sinceri, è quella di sfogliare una PWP il cui fondamento pornografico viene sostituito (non sempre: talora è semplicemente accostato alla componente mortuaria) dalla gratuità della violenza. I  personaggi, non importa il fandom di appartenenza, risultano tutti e rigorosamente malati di mente, perché solo nell'orbita delle psicosi comportamentali potrebbe essere ricondotta una sequenza di atteggiamenti distruttivi, autolesivi e completamente destrutturati.

Se l'ambito nel quale ho visto fiorire il fenomeno è ancora quello delle fanfictions j-rock (nelle quali, tuttavia, pesano non poco le particolarissime suggestioni culturali del Giappone in merito alle particolari tematiche indicate. Si pensi a Mishima, ad esempio, ma anche al modo in cui autori all'occidentale, quali lo stesso Murakami, affrontano i temi della violenza e della morte), a stupirmi è stato il diffondersi dilagante anche in fandom che nascono sotto una stella del tutto diversa, come quello di Harry Potter. Potrei anzi dire come le pochissime death fics nostrane che ho avuto il fegato di leggere appartengano tutte all'universo del maghetto (e qui potrebbe anche dirsi come la Rowling sia una delle autrici che mostra per contro una sensibilità ed un'attenzione pressoché nulla all'evento morte, risultando incapace di riprodurre un pathos emotivo che possa dirsi davvero tale. Per chi è abituato a leggere veri romanzi, beninteso). Non solo: altro elemento inquietante è l'età media di chi scrive simili pagine, difficilmente superiore ai diciassette anni.

Non occupandomi di psicologia ed essendo per altro ben poco versata a simili indagini, potrei al più pormi una domanda, non formulare risposte in senso assoluto.

Perché un adolescente scrive un'opera morbosa e non un'allegra commedia scolastica?

Senz'altro - non sono io a dirlo: prima di me c'è stato un tale chiamato Aristotele (che a propria volta verbalizzava una vox populi) - la violenza ha una componente catartica. In un momento di forte compressione psicologica è naturale scaricare istinti distruttivi verso un canale altrimenti innocuo come la scrittura. Al contempo, tuttavia, essendo stata a mia volta un'adolescente ed avendo una memoria piuttosto giovane in merito al periodo, potrei altrettanto pacificamente dire che la mia generazione (del resto non educata al mondo delle fanfictions. Non in modo canonico, almeno) non aveva tendenze tanto lugubri né nel vivere il quotidiano, né nel raccontarlo. Il sospetto che allora ho maturato, purtroppo, è che la death fic sia piuttosto l'espressione deteriore di un condizionamento massmediatico dell'inconscio. Detto in parole molto semplici, la traduzione su carta di quel che i cattivi maestri insegnano essere la quintessenza della visibilità: cronaca nera o poco altro. C'è, cioè, da parte del pubblico dei più giovani (ma non solo), il convincimento che il morboso sia evidente come realtà in sé e per sé considerata, senza che vi sia la necessità di legarlo ad un contesto o ad una spiegazione che riduca il gore o lo splatter (perché di questo si tratta) ad un logico rapporto causa-effetto. In tale linea inserisco anche molte pubblicazioni editoriali recenti (tra i manga, senz'altro il violentissimo Pied Piper o l'insulto Life), che sembrano purtroppo essere l'unico supporto culturale di molti ragazzini.

Il problema di fondo, nei fatti, temo sia proprio questo: un'estrema povertà culturale che si traduce nella conseguente distorsione delle finalità della narrazione e nell'ingenua convinzione lo spessore sia il dramma consumato e non la quieta gestazione del suo quotidiano.


posted by satsuki alle 21:26 in 02 pillole di fandom
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