giovedì, 26 gennaio 2006

Lettera di un Draco furioso

Credo sia superfluo osservare come il fandom narrativo abbia reso un servizio terrificante al personaggio di Draco Malfoy, figura che nell'originale non brilla certo per qualità eccezionali, ma che è altrettanto distante dal ritratto edulcorato, vittimista e superlativo che le sue presunte fans si sono intestardite a dipingergli, dimostrando di non aver per nulla compreso una personaggio di per sé incredibilmente semplice e lineare. Se dunque una semplice fanreader come me ha finito col mettersi le mani nei capelli di fronte al pozzo nero del suo ingiustificato OOC, secondo voi come come reagirebbe Draco Malfoy se si facesse un giretto per le fanfictions ispirate ai romanzi di mamma Rowling? 

Per il linguaggio usato in questa breve storia, se ne sconsiglia la lettura ai minori di 14 anni

Disclaimer: le trame ed i personaggi di Harry Potter sono proprietà di JKR. Questa pagina è stata scritta e tradotta senza scopo di lucro.

Nota dell’autore: non è mia intenzione offendere. E’ tutto scritto dal punto di vista di Draco. Non il mio..

Autore: Londra

Tradotto da Saeko-chan. saeko-chan@libero.it per il sito Neverland

Lettera di un Draco furioso

Fans,

Sentite, tutte. Non so perché mi stiate facendo tutto questo, ma sappiate che non lo apprezzo. Chiariamo le cose prima che la gente cominci sul serio a fare casino su chi diavolo sono.

Primo. I miei occhi sono GRIGI. Ok? Non sono ‘azzurro argenteo’ o ‘blu ghiaccio con una sottile traccia d’argento diluita in essi’. Sono grigi, cazzo! Il che significa che non diventano “di una dolce sfumatura azzurra” quando sono di buon umore.

Secondo, non sono GAY! Harry Potter non mi piace in nessun senso. Non ho il benché minimo interesse nella sua vita sessuale. Non me ne frega un accidente di quello che volete fargli fare, può essere bisex, gay o qualsiasi cosa vogliano partorire le vostre menti perverse. Per quel che mi riguarda può anche essere un pervertito che si eccita immaginando il corpo di un lupo mannaro, ma IO sono etero, cazzo!

Inoltre, non porto pantaloni di pelle*. Per favore! Non me li metterei nemmeno se, con quelli, Hermione Granger mi pregasse in ginocchio di scoparla. Segnatevi anche questo.

Non sbavo dietro a mezzosangue saputelle e capellone. No, aspettate, non fraintendetemi. Non sbavo dietro alle Granger che sono improvvisamente diventate delle dee del sesso, che si sono rifatte dalla testa ai piedi o che si rivelano essere purosangue.

Se volete che io stia con lei, siate realistiche e smettetela di farmi apparire come un cucciolo sdolcinato. Io non prego. Non supplico. Se voglio qualcosa, me la prendo. Semplice.

Checché ne vogliate pensare, non ero il secondo miglior studente della scuola. Non ho certo tempo per spappolarmi il cervello sui libri. Sì, sono tremendamente intelligente e dotato ed ho tutte le altre caratteristiche di un purosangue, che un mezzosangue ovviamente non dovrebbe avere, ma ho cose più importanti dello studio a cui dedicarmi.

Posso essere il migliore in Pozioni, ma sono sicuro al cento per cento che conosciate tutte il perché. E…NO, SEVERUS SNAPE NON MI PIACE IN NESSUN ALTRO RUOLO DIVERSO DA QUELLO DI INSEGNANTE. Se becco anche solo una di voi scrivendo di me e di lui, giuro per Merlino che non vi aspetta nulla di buono.

Poi, Pansy Parkinson non è una vacca. E’ una ragazza piuttosto carina e siamo soltanto amici. Piantatela di utilizzarla come mezzo per farmi finire insieme alla Granger. Non è una stronza. E non va in giro a fare pompini per l’aria che tira. E’ una ragazza perfettamente normale, con ormoni perfettamente normali per la sua età. Smettetela di sfigurarla così.

Un’altra cosa. Dumbledore non mi avrebbe mai nominato Caposcuola. Pensate a tutte le possibilità che aveva. Harry Stronzo Potter, per cominciare. L’Eroe, il Ragazzo Sopravvissuto – e non “il leader del trio Gryffindor”, tra parentesi - . Pensate davvero che quell’adoratore di Babbani avrebbe scelto me in vece sua senza avere qualche motivo logico? E poi ci sarebbe Weasel, naturalmente, o addirittura Mc Millan.

Ed ora Blaise. In effetti è una persona interessante, su cui non posso dare molti dettagli in questo momento, ma c’è una cosa da chiarire: non è il mio migliore amico. Non indossiamo collane incantate con la scritta “Migliori amici per sempre”. Siate realistiche. Per il vostro bene.

Il Quidditch non ha “fatto miracoli su di me”. Sì, lo so che ho un corpo irresistibile, ma non date tutto il merito al Quidditch. Guardate Potter, anche lui è un Cercatore e il suo fisico non è neanche lontanamente paragonabile al mio.

Trovate qualche altra ragione per cui io e la Granger saremmo finiti insieme che non sia il mio ‘essere un dio del sesso’, perché non lo sono. Così come la Granger non è “incredibilmente meravigliosa”. E’ carina, ma “i suoi morbidi ricci dorati” non “ricadono sulle sue spalle e risplendono nel sole abbagliante”. I suoi capelli sono dannatamente crespi, o cespugliosi, o come cavolo dite voi ragazze. Dateci un taglio. 

Bene. Questo è tutto ciò che dovevo dire, per ora. Se non presterete attenzione ad uno qualsiasi dei punti che ho menzionato sopra lo verrò a sapere, e credetemi: non sarete ricompensate. 

Ora devo andare a prepararmi per il mio appuntamento con la Granger. Vi delizierebbe sapere come ci siamo messi insieme, vero? Ma non ve lo dirò, hah! Almeno finché non verranno corretti TUTTI gli errori che ho citato prima.

Quindi fate le brave ed aiutatemi a passare parola a tutti coloro che sono attualmente impegnati a danneggiare la mia reputazione nel mondo magico. 

Sinceramente vostro,

Draco Malfoy

*) Nota di Lener: a causa di una celebre fanfiction di diversi anni fa, nacque nel fandom anglofono la fissazione di far indossare a Draco Malfoy pantaloni di pelle.


posted by Lener alle 17:53 in 03 strano ma vero
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giovedì, 26 gennaio 2006

Gayi e contenti

Coming-out, pantegane delle nevi, Gigi la trottola e fase Wham (ovvero: Lady Chatterley e fratello-uccello)


ATTENZIONE: Questa pagina è un lungo estratto da Visual-kei Jam, terza parte della mia lunga parodia A/U j-rock "Riders in the sky". Rispetto all'originale sono stati modificati i nomi, in modo da renderlo fruibile al di là dei legami con il resto della storia. Tale capitolo nasceva come esplicita e documentata parodia dei topoi degli shounen-ai nipponici, di cui sono avidissima lettrice e collezionista. Non c'è alcun intento parodico o denigratorio nei confronti degli omosessuali o delle storie omosessuali in genere.

La riproposizione in questa sede nasce dal desiderio di mostrare, con un sorriso, una lettura paradossalmente più verisimile, meno piagnucolosa, ma altrettanto eccessiva, del rapporto omosessuale, ultimamente protagonista fino al parossismo della narrativa amatoriale.

In ragione del lessico molto colorito e del tema trattato, si consiglia la lettura ad un pubblico maggiorenne.

 

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In un universo equamente diviso tra outing e coming-out, orgoglioso di essere gay al punto da farne una questione di principio, il fatto fosse uno degli allegri abitanti di Sodoma, probabilmente, non avrebbe suscitato particolare scandalo. Tuttavia per Ken, 23 anni e 180 cm di vergogna, ammettere la propria omosessualità era un po’ come proporre a Yuki di cambiare posizione: prenderlo dolorosamente nel culo.

Per quanto infatti vivesse in un Paese in cui, inspiegabilmente, le donne si eccitavano se dicevi loro di farti la ceretta, di non cagarle nemmeno di striscio ed anzi trovare sexy il campione di kendo del liceo, era ancora uno dei pochi ad avere la coscienza abbastanza integra da accorgersi non fosse del tutto normale palpare qualcuno che aveva più roba tra le gambe che non sul petto. Probabilmente tutto nasceva dal fatto, per propria parte, non avesse proprio digerito la terrificante scoperta gli piacessero i maschi.

Oddio: sul punto ci sarebbe stato molto da dire.

Per far luce su quello ch’era senz’altro un assai contorto e sofferto orientamento sessuale – quasi al livello di Gackt, almeno – avrebbe dovuto riavvolgere la lanterna della memoria sino ad un anno prima, allorché aveva conosciuto il terrificante ed amatissimo castigo dei suoi lombi. Ovvero lo scricciolo immusonito cui stavano platinando i capelli.

Tutto era cominciato quando a Reira si era rotta la macchina. Pensandoci bene, avrebbe fatto meglio a liberarsi del complesso della sorella maggiore prima che da Angel Sanctuary si passasse a Fake, ma non era stato tanto sveglio da rendersene conto. Considerando la sua deliziosa – e mai abbastanza consanguinea – metà stesse scontando il tirocinio di rito come insegnante presso un esclusivo liceo privato, gli era tuttavia parso carino, anziché rifilarla al primo meccanico disponibile, esordire con uno spavaldo ‘Ma vengo a prenderti io!’, di cui non si sarebbe mai pentito abbastanza.

Da dire al tempo fosse un non molto volenteroso studente universitario, coi capelli tinti e la voglia di darsi da fare collocata esattamente dopo il terzo strato di gomma delle air-max. Ergo MOOOLTO lontana dal cervello. Fanatico di hide – ma non fino al punto di tentare la fortuna con avvitamenti d’asciugamano -, strimpellava all’occorrenza in complessi destinati a durare al massimo una settimana, termine oltre il quale, di solito, il gruppo si scioglieva per scazzo degli altri componenti.

Benché non fosse ancora intervenuto il massiccio rifacimento del suo look, da parte del solito noto - al momento impegnato a terrorizzare il coiffeur con uno sguardo che poteva andare al più benissimo per un terrorista, ma non per la specie di Ayumi Hamasaki daltonica che sarebbe uscita dalle sue manacce grassocce -, e dunque fosse piuttosto un incrocio tra Hanamichi Sakuragi e Go dei Beehive (per gli amici italiani, Mirko), finiva sempre rimorchiasse più di tutti gli altri, benché non avesse mai dato prova di grande iniziativa.

Non che non gli piacessero le ragazze (all’epoca, nei fatti, non avrebbe mai immaginato quale sarebbe stato il suo destino. Oppure, probabilmente, si sarebbe davvero impiccato): semplicemente aveva adottato la tecnica del rurouni romantico: aspettava cadessero come petali di ciliegio. O che gli cadesse un’altra cosa, come suggerivano i più maligni, Reira compresa, ovvero una sorella ingrata.

Del resto, volendo fare la nostra la professoressa e non il caso umano, non era affatto interessata a distrarsi per una sceneggiatura manga come la storia che aveva da proporle. Quel giorno, tuttavia, un novembre triste e grigio come il pelo di una pantegana afflitta (Ken non era un poeta ed ignorava quello fosse l’ animale totemico di un futuro davvero molto bizzarro), ma che gli sembrava fiorito agli angoli come il template di uno shojo di Chiho Saito solo per il fatto di avere una scusa per farsi dare del figo da un mucchio di gangurette alla marinara davanti all’UNICA donna della sua vita, se ne stava a lustrarsi il sorriso nello specchietto di destra, fissando distrattamente il viale che conduceva ad un luogo di speranze, perdizioni e sbattimenti di palle per qualunque adolescente maschio giapponese non avesse voglia di cambiarsi le scarpe ogni quarto d’ora.

Reira era già apparsa all’orizzonte, prevedibilmente contornata di giovani maschi in calore, pronti a beccarsi pure uno 0, purché autografato dalla sua manina da putto, allorché qualcosa di molto diverso aveva catturato la sua attenzione.

A quel punto cominciava un film, che esordiva come Kenshiro, ma finiva a Shinjuku ni-chome. Ricordava persino tutte le stronzate alla Hana-bi che aveva partorito il suo cervello, meritandosi, dunque, TUTTO quel ch’era seguito. ‘Brutti bastardi vigliacchi!!! Non vi vergognate? In cinque contro una ragazza’.

Solo che l’unico dato certo era quello numerico. Visto che la ‘lei’ era un ‘lui’… O, almeno, così certificava la sua carta d’ identità.

Ad occhio non ne era rimasto tanto convinto, né l’aveva rinfrancato il fatto analogo interrogativo si fosse posto al medico di guardia al Policlinico, che era rimasto per mezz’ora in catalessi davanti ad un torace pesto, ma incredibilmente privo di tette. A dirla tutta del resto, in Yuki, allora sedicenne, 170 cm per 40 Kg scarsi, sembrava l’unica cosa davvero stonata.

Esile, esile, occhi calibrati su una dimensione shojo (ovvero innaturalmente grandi, liquidi e cigliettati alla Bambi), capelli castano chiaro, lunghi sino alle spalle, pelle candida, ti faceva venir voglia di menargli solo per il fatto non fosse scritto da nessuna parte la donna della tua vita dovesse avere le palle.

In senso proprio e fisico del termine.

Era stato uno shock peggiore di quando aveva scoperto che a copulare con le sorelle ti venivano i figli con le branchie. E tutto sarebbe stato ancora arginabile, se quella deficiente di Reira non avesse avuto l’idea del secolo!

Conosco i suoi genitori. Sono molto severi. Se torna a casa conciato così, passerà un brutto quarto d’ora’.

Sicché, per evitare alla pulce il brutto quarto d’ora, nessuno aveva pensato che il cavallo dei suoi pantaloni sarebbe letteralmente impazzito per un arco di tempo molto più lungo. Soprattutto allorché se l’era ritrovato mezzo nudo in camera, ovviamente alla luce del fatto fosse ‘poco indicato’ dormisse con una donna.

Non sapeva più se a togliergli la pace fosse stata quella vitina stretta - che sembrava dire ‘violentami’ - o quello yukata drappeggiato ad arte per mettere in mostra solo i punti manifestatamene più erogeni.

Ma era normale cercasse punti erogeni in un ragazzino?

L’ombra del dubbio l’aveva attraversato e folgorato seduta stante: se l’incesto faceva schifo, come doveva collocare QUELLO?

Era seguita la notte più lunga della sua vita, vuoi perché aveva evitato accuratamente di addormentarsi (come chiudeva gli occhi, vedeva automaticamente Yuki vestito alla marinara, che gli mostrava un paio di deliziose mutandine bianche… E per uno cresciuto con Gigi la Trottola lo shock definitivo a livello cavallo era sempre più probabile), vuoi perché era folgorato dal terrore il suo IO inconscio osasse fare quello che al suo IO consapevole ripugnava: ammettesse ‘EBBENE SI’: SONO GAY’. E lo violentasse per togliersi il pensiero.

Mamma mia che faccia, Ken’, era stato il prevedibile ritornello per una serie praticamente ininterrotta di mattine, sempre più invernali, sempre più fredde e sempre più dominate dall’ectoplasma dell’incertezza sessuale. Finché, almeno, Santa Minami Ozaki, protettrice dei gay, non si era messa una mano sulla coscienza ed aveva confezionato una sceneggiaturina pure per lui. In occasione delle vacanze di Natale, nei fatti, il liceo per cui lavorava Reira aveva organizzato una di quelle settimane in montagna, solitamente gettonatissime dai ragazzi per perdere la verginità, e dunque temute dai genitori per altrettanto motivo. Una docente neppure trentenne – e per altro molto avvenente -, non pareva porre sufficienti garanzie su quel fronte, sicché, vista la raggiunta fama di ragazzo serio, probo ed assennato, in ragione di quel famoso intervento che avrebbe fatto meglio a risparmiarsi -, era stato reclutato coattivamente pure lui.

Non che avesse fatto salti di gioia, ma il miraggio di un ‘tutto-pagato’ e l’ipotesi di consumare quel benedetto incesto, liberandosi, dunque, della maledizione omo, erano stati sufficienti a fargli accogliere il tutto senza troppo disgusto. Finché non aveva scoperto ci fosse anche LUI. Ed a quel punto era cominciato il secondo tempo del famoso film.

Per la precisione era entrato nella fase Wham (detta anche di ‘George Michael in Last Christmas’): ovvero aveva smesso di guardare la realtà per quello che era, sostituendola con rigorose zoomate su Yuki, che in tenuta da sci era di una bellezza indecente… E, senza che ne comprendesse il motivo, lo guardava pure più di quanto non facesse lui. Sicuramente avrebbe finito con il diventare strabico, a furia di lanciarsi in pericolosi ammiccamenti della complessità di una strofe saffica, se la santa summentovata non ci avesse messo del suo.

Dio: a guardarlo sembrava uno shounen-ai di quarta classe.

A viverlo, qualcosa a metà strada tra un video dei Dir en Grey ed uno dei Pierrot: non ci si capiva un cazzo e facevano pure un po’ paura.

C’era stata la classica gara di sci (perché i licei giapponesi organizzavano sempre imprese sportive ai confini della realtà e con un coefficiente di mortalità di 9.9? Perché facevano giocare a calcio con la palla medica, a pallavolo con sferoidi di cemento, a tennis con mine antiuomo? Perché organizzavano, fin dal primo giorno, fuoripista notturni in cui ci sarebbe stato, da contratto, almeno un disperso? Le risposte potevano essere molteplici: per preparare una generazione cui Hiroshima facesse il solletico – ipotesi poco probabile -. Perché era un utile allenamento propedeutico ad un PV con Kaoru Niikura – più o meno la stessa cosa, ma più plausibile -. Per combattere la sovrappopolazione – gettonata e credibile -. Perché erano completamente scemi e ci tenevano a farlo sapere – risposta corretta) e, come nel migliore dei copioni già scritti, LUI, tenero, indifeso, cerbiatto del suo cuore, non era più tornato.

Si era macerato in silenziosa attesa, finché sul ‘Forse sarebbe meglio organizzare una squadra per cercarlo’ di Reira, era piuttosto esploso un ‘VADO IO!’, davvero imbarazzante da rivivere. Fatto sta che l’ aveva fatto davvero! Armato di torcia, incredulità assoluta, vago disgusto, sci ed amore dissennato, aveva percorso chilometri di neve candida e senso di colpa, tormenta e segrete speranze (che gli fosse caduto per il freddo, ad esempio. Che gli avesse fatto un pompino lo Yeti e portato via il ricordino. Che fosse solo un brutto sogno, partorito su un’autentica figa e spoglio di quelle invereconde seghe mentali!).

Infine... Se non avesse avuto il fisico di un tisico delle Clamp, probabilmente, la prima domanda che gli avrebbe fatto sarebbe stata sul genere ‘Mi dici come cazzo sei finito lì dentro? Manco fossi una pantegana delle nevi!’… Poiché tuttavia la risposta era fin troppo chiaramente espressa innanzi ai suoi occhi, semi-assiderata, dolorante e confusa, l’unica cosa avesse sentito prepotentemente il bisogno di fare, era stato tendere il braccio e tirarla fuori.

A quel punto le chiacchiere si riducevano a zero: poteva riportare Yuki in albergo e farsi una doccia fredda da staccarsi gli attributi ribelli. Oppure scovare un posticino tranquillo e pensare ad un modo artigianale e porco di scaldarlo lui.

Indovinate un po’ dove cadde la scelta?

Copioni come al solito, i giapponesi non potevano mancare di progettare le baite sul casino di lady Chatterley, ma sul momento non gliene fregava proprio niente d’ essere originale. Non quanto sentirsi a proprio agio nelle vesti sexy e rudi del guardiacaccia di turno. Peccato lady Chatterley fosse minorenne, scrotomunita. Ed INCREDIBILMENTE TROIA! Non aveva fatto neppure in tempo a sfilarsi il giaccone per scaldarlo, che quel perfido simulatore malefico aveva già cominciato a spogliarsi. ‘Anche tu ne hai voglia, no? Sapessi da quanto ti penso’. Ed una quantità di apprezzamenti fissati su di un tasso di pornografia che l’aveva IMMEDIATAMENTE allertato su due verità inconfutabili: non esistevano più i ragazzini di una volta ed era finito dritto dritto nella tela del ragno.

Poco importava fosse la metà di lui e pure passivo: se c’era uno destinato a prenderlo in un certo posto, quello non era solo Yuki. Si era addormentato (o meglio: aveva perduto conoscenza), dopo una serie confusa di inquadrature vietate ai minori, in cui si era visto fare, dire e ricevere cose innominabili (o, al più, nominabili nella Divina Commedia), con la tiepida impronta di un altro corpo accanto al suo. Più o meno lo stesso che l’aveva svegliato piangendo come un vitello, perché si era rotto un piede e gli faceva male. Aveva dato per buono fosse stata la caduta, ma dopo quello che avevano combinato, sinceramente, il dubbio era rimasto. E forse pure qualcosa in più.

E poi?

A quel punto il dado era tratto. Erano tornati alla casa base sodomiti e contenti, l’uno tra le braccia dell’altro. O meglio: Yuki aveva cominciato a perfezionare l’abbarbicamento piovresco da ‘E’mio non guardarlo non toccarlo non parlargli o ti tramuto in cenere’, con cui l’avrebbe per sempre perseguitato. Tornati in città, aveva disperatamente tentato di cancellare TUTTO, contemplando persino l’ipotesi di andare in analisi e cominciare a raccontare di quando si sognava Reira nuda nel letto.. Ma QUALCUNO non gliel’aveva permesso. La verità l’aveva colpito come una clavata in fronte: Yuki era delicato solo fuori, dentro era fatto di diamante. Un po’ come un manju ripieno di cemento armato. In pratica gli aveva fatto la posta, finché, il giorno di Capodanno, con la neve che fioccava come nel peggiore video di una idol di serie B, non aveva avuto più la forza di resistere. Chi l’avrebbe fatto, del resto, davanti ad un cerbiattino zoppo, pronto a morire di freddo per te?

Ovviamente era l’ennesima recita.. Il cerbiattino zoppo aveva impiegato meno di dieci secondi a spogliarlo, assicurarlo con le manette al letto e lavorarsi fratello-uccello finché non aveva gridato ‘PIETA’’. A quel punto, doveva persino ringraziare non fosse arrivato alla frusta ed al collare. Ma con un tipo come lui era meglio evitar di fidarsi troppo.

 

“Allora... Come sto?”.

Niente da dire: era proprio un’adorabile, irresistibile troietta.

“Molto carino. Ma tirati un po’ giù la gonna. Si vede la giarrettiera”



NOTE:


Pensandoci bene, avrebbe fatto meglio a liberarsi del complesso della sorella maggiore prima che da Angel Sanctuary si passasse a Fake: rispettivamente, vengono citati il manga più famoso di Kaori Yuki, che novera tra i propri temi l' incesto, ed il celebre shounen-ai "Fake", che ha per protagonisti due agenti dell' FBI gay.


dunque fosse piuttosto un incrocio tra Hanamichi Sakuragi e Go dei Beehive (per gli amici italiani, Mirko): immagino non ci sia molto da aggiungere. Parliamo ovviamente del protagonista di Slam Dunk e del protagonista di Love me Knight (Kiss me Licia)


gli sembrava fiorito agli angoli come il template di uno shojo di Chiho Saito: mangaka giapponese, famosa per i suoi shojo molto barocchi


che esordiva come Kenshiro, ma finiva a Shinjuku ni-chome. Ricordava persino tutte le stronzate alla Hana-bi che aveva partorito il suo cervello: il primo riferimento è ovviamente per l'omonimo manga di Buronson, il secondo al quartiere gay di Tokyo. Ed il terzo, per il famosissimo film di Takeshi Kitano


fosse stata quella vitina stretta - che sembrava dire ‘violentami’ - o quello yukata drappeggiato ad arte per mettere in mostra solo i punti manifestatamene più erogeni: topoi degli shounen-ai giapponesi. L' uke (amasio o 'passivo' della coppia) deve avere la vita molto stretta, e spesso è raffigurato con i chimoni semplici e leggeri d' uso domestico, leggermente disfatti


Finché, almeno, Santa Minami Ozaki, protettrice dei gay, non si era messa una mano sulla coscienza: con Kazuma Kodaka, Minami Ozaki è forse una delle autrici di shounen-ai più noti in occidente, complice lo strabiliante successo del ciclo di Zetsuai 1989 - Bronze (storia d' amore tra un idol sulla cresta dell'onda ed un aspirante calciatore)


Per la precisione era entrato nella fase Wham: gioco di parole. Sfrutto l' assonanza con la pronuncia del nome del gruppo e la 'fase R.E.M.'


posted by satsuki alle 17:11 in 03 strano ma vero
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